commento di Giovanna Capello
fonte La Repubblica

La notizia

Roberto Benigni sul palco dell'Ariston, dopo le minacce di linciaggio di Giuliano Ferrara. Il commento di Curzio Maltese: ''Ci voleva un tocco di civiltà nell'abisso di volgarità di questi giorni e mesi, ed è venuto da un comico (…) Rimane un mistero che la scienza politica non riesce a spiegare: perché il nuovo potere ha così tanta paura della satira?''
La Repubblica, domenica 10 marzo 2002

Il commento

Eppure io credo che se ci fosse un po' più di silenzio,
se tutti facessimo un po' di silenzio,
forse qualcosa potremmo capire…
La voce della luna

Con queste parole, lasciate cadere dentro la gola del pozzo dallo stralunato Benigni, si conclude il film di Fellini. La luna , compagna di viaggio del mite protagonista, è stata catturata dai suoi compaesani che, trionfanti, hanno organizzato una roboante e ridicola tavola rotonda televisiva: a lui non resta che rovesciare nel pozzo la sua preghiera.

Un accorato appello ad un po' di silenzio: suona forse come pretesa eccessiva, in piena bagarre sanremese, mentre il consueto rito dei piccoli scandali si consuma, e lo strepito che ne deriva è appena sufficiente a coprire il brusio delle canzoni festivaliere. Cediamo, allora, anche noi alla tentazione di commentare la notizia che ha rumoreggiato, in questi giorni, su tutti i quotidiani italiani, mentre stragi nei territori occupati, storie di clandestini annegati, indagini su omicidi di bambini, articoli 18 e conflitti d'interesse hanno temporaneamente ceduto l'onore della prima pagina.

Il Direttore di un quotidiano lancia una pesante sfida al piccolo Comico: per la sera della sua esibizione sul palcoscenico del festival, promette un pubblico linciaggio a base di uova e verdure, se il Piccolino parlerà di politica.

Ci sono svariati modi per incassare pubblicità, con il duplice risultato di migliorare le sorti di un giornale e di garantire ad una trasmissione televisiva l'agognato aumento degli ascolti: una minaccia che esalta il recupero degli eroici furori di marinettiana memoria, è solo un modo fra gli altri. E tanto urgente è il bisogno di fare notizia, di risuonare, di intensificare il rumore, di distrarre l'attenzione di tutti noi da quanto di tragico e davvero minaccioso ci accade intorno, da indurre a dimenticare che, fra le regole della democrazia, c'è teoricamente la libertà di satira, la consuetudine secolare per cui - si sa - prerogativa del Giullare è quella di irridere il potere.

Ma - e anche questo si sa - ci sono storiche contingenze e particolari condizioni politiche e sociali che paiono giustificare tale dimenticanza. Ci si accorge, in momenti come questi, quanto corrosiva possa essere la parola del Giullare e come la leggerezza ironica, mentre graffia la coscienza di alcuni, rischi di allargare troppo i confini della consapevolezza di molti.

Corrono tempi di ideologie violente mascherate da sorrisi benevoli, di false propagande, imposizioni, artificiosi compromessi: quando corrono questi tempi, la sola voce che può uscire dal pozzo a contrastare la pesantezza - non solo metaforica - del potere costituito, è quella leggera del comico.

Riguardo alla forza della leggerezza, scriveva Italo Calvino nelle sue "Lezioni americane" che la mitologia ha parecchio da insegnarci : " l'unico eroe capace di tagliare la testa alla Medusa è Perseo, che vola con i sandali alati (…) ma per tagliare la testa di Medusa senza lasciarsi pietrificare, Perseo si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole."

E' stato Mauro Mancia (in "Percorsi", Bollati Boringhieri, 1995), ad offrirci una riflessione particolarmente suggestiva sul tema trattato da Calvino, e a consentirci quindi di comprendere meglio il bisogno - o in alternativa la paura - che il mondo ha dei giullari, capaci, come Perseo, di azioni leggere e, insieme, così drasticamente "taglienti".

"Perseo" scrive Mancia "può rappresentare la parte del Sé leggera, forte e coraggiosa, potremmo dire la parte del Sé libidica, mentre la Medusa è la parte pesante, distruttiva e mortifera del Sé, capace di trasformare gli oggetti in pietre attraverso l'identificazione proiettiva delle sue parti pietrificanti."

Vi sono, dunque, sistemi politici che fondano la loro forza su un'operazione di pietrificazione degli animi; ma l'origine della pesantezza è nella realtà intrapsichica dell'individuo: è la zavorra che imprigiona e pietrifica il pensiero. Solo la parte del Sé leggera può assumersi il compito di Perseo: la sua, prosegue Mancia, "è un'operazione dolorosa di castrazione e separazione, rappresentata dal taglio della testa della Gorgone, affinché possa nascere, dal sangue della Medusa, Pegaso, il cavallo alato, metafora della trasformazione della pietra pesante nel suo contrario. A Perseo serve scindere e rimuovere la parte pesante e mortifera del Sé (per padroneggiare quel volto tremendo, egli lo tiene nascosto) per poi affrontarla. E in seguito egli usa un gentile riguardo per questa parte dolorosa, deponendola sul terreno, reso soffice da uno strato di foglie."

Perché Medusa era un essere tremendo e pericoloso, ma, in qualche modo, anche una creatura deteriorabile, fragile. Scopriamo, così, quanto la pesantezza non sia solo condizione violenta e tirannica, ma anche dolorosa: ciò che è pesante, è rigido e fragile insieme.

La leggerezza giunge allora come speranza di trasformare quel che è pietrificato in qualcosa di nuovo, e di vivo: un cavallo capace di volare.

Secondo Calvino, proprio questa è la funzione della letteratura: dare leggerezza al peso del vivere. Secoli di opere letterarie ci hanno aiutato a sfidare la legge di gravità (di grevità) insita in ogni forma di potere istituzionale, ma presente - severa minaccia superegoica - anche nella vita mentale di ogni individuo: la nostra memoria è fitta di personaggi e immagini di leggerezza…Cyrano, che colpiva la realtà di spada e di poetiche finzioni; o il barone di Munchausen, con la sua surreale mongolfiera; o la silenziosa luna di Leopardi…o il canto più bello del Paradiso dantesco, proprio quello scelto dal Giullare per parlare d'amore sul palcoscenico di Sanremo. Che diviene così, nel silenzio che accoglie la recita della preghiera alla Vergine, la caricatura di se stesso: tempio in cui ogni anno si celebra il solito rito di canzoni che dell'amore parlano sempre nello stesso, pesantemente consolidato, modo.

E silenzio, finalmente, si fa anche da parte di chi - con granitica assenza di umorismo - minacciava il linciaggio: certo, è solo il silenzio di un istante, perché quando il Comico esce di scena, la pesantezza recupera terreno, e il rumore che produce può riprendere a impietrire i nostri pensieri.

Ma qualcosa - ci piace sperare - rimane impigliato nelle menti di chi ha guardato e ascoltato: la comprensione, magari nebulosa e appena accennata, che la pesantezza possa essere trasformata da qualcosa che assomiglia ad un "atto d'amore".

Infatti: "Sono qua per un atto d'amore" così ha inizio il torrenziale monologo del Giullare "perché i comici sono zuppi d'amore, e non gli si può chiedere di essere anche saggi, quello è compito del Signore; i comici sbagliano per amore, e allora bisogna proteggerli, sono bellissimi, infrangono le regole, sono viziati, sono maestri di passaggi proibiti, fanno piangere e ridere…fanno come gli pare, contrabbandieri senza licenza…"

E così si conclude: "…Se vi potessi far vedere il mio core, vi tirerei in faccia questo affetto centuplicato per mille, perché vi amo…"

L'amore come emozione contrabbandata, che non conosce saggezza; l'amore come affetto scagliato in faccia a quanti sono impietriti dallo sguardo di Medusa.

Il Comico sa che alla violenza di coloro che detengono il potere - politico, governativo, mediatico, economico - non si può che rispondere con la violenza "leggera" dell'ironia e dell'umorismo. Con la delicata leggerezza di Perseo, capace di usare particolare riguardo per la testa, ormai mozzata, di Medusa. Il vero miracolo, tornando al mito, sarà la trasformazione della testa della Gorgone, deposta sul morbido terriccio, in coralli: esili, ramificati, leggeri. Come i pensieri di una mente che ha ripreso a funzionare.

Così si compie la metafora di un percorso segnato dall'incontro pauroso tra gli aspetti più rigidi e superegoici del Sé e del mondo e quelli più leggeri e tolleranti; incontro in cui, attraverso la separazione e il lutto, le emozioni paralizzanti non vengono annientate, ma trasformate e rese infine pensabili.

Come accade nel film di Fellini, la speranza è che la luna si liberi della rete di zavorre che la inchioda al suolo, che i riflettori si spengano, che torni un po' di silenzio.

Il silenzio necessario per avvertire il passo leggero, il guizzo e il saltello del Giullare, capace - parafrasando Calvino - di penetrare come l'aria dentro le cose, senza romperle.