commento di Eraldo Walter Machet
fonte La Repubblica

La notizia

Lo smog uccide ogni anno 17.000 persone. I costi dell'inquinamento: 17.400 i morti in Italia nel 2000 a causa delle emissioni stradali di polveri sottili (PM10); 7.861 i morti per incidenti stradali nel 1999; 27.727 milioni di Euro ogni anno i costi "esterni" degli incidenti stradali; 200 miliardi di Euro il prezzo della mobilità (salute sparita, ore di lavoro perse, ambiente distrutto; inquinamento per ogni Km percorso da un passeggero con un'auto si emettono 28 milligrammi di polveri sottili; 19 con un bus, 16 con un treno, 8 con un aereo; 15.535 tonnellate/anno di polveri sottili (PM10) vengono emesse in ambito urbano, di cui 5.256 dalle autovetture; 276 da motocicli e ciclomotori; 832 da mezzi di uso collettivo; 7.171 dal trasporto merci.
La Repubblica, venerdì 1 marzo 2002

Il commento

Un ennesimo articolo (con molti allarmanti dati) che con sempre maggiore frequenza documenta, anzi certifica "lo stato di salute" dell'ambiente; un ennesimo articolo che, ancora una volta, non mette in collegamento che questo mondo esterno in cui viviamo è l'espressione di ciò che "agisce" nel nostro mondo interno e che soltanto un cambiamento delle menti, anzitutto, e non solo delle strutture di potere e organizzative potrà portare al recupero di una dimensione più umana della vita e dell'ambiente.

Per entrare direttamente nel merito, quello su cui desidero attirare l'attenzione, con questo commento, è che ogni aspetto della nostra vita può essere colpito dall'inquinamento, ma che anche le forze che operano all'interno dei singoli individui facilitano rapporti ambientali che possono "favorire la crescita e lo sviluppo", o "agire in modo distruttivo, attraverso la crescita e lo sviluppo", per dirla in termini meltzeriani.

Ogni funzione organica, infatti, a partire dalle più importanti, può essere danneggiata tramite l'ambiente. Attraverso l'inquinamento dell'atmosfera: l'apparato respiratorio; attraverso l'inquinamento dell'acqua, della terra, delle coltivazioni, degli allevamenti: l'apparato gastrointestinale, il metabolismo, le funzioni endocrine; attraverso l'inquinamento acustico e visivo: le principali vie sensoriali. Per non parlare delle conseguenze dell'accumularsi nell'organismo umano (ultimo anello della catena alimentare) di sostanze chimiche direttamente nocive o indirettamente capaci di indebolire o di annullare i naturali sistemi di difesa dell'organismo: il sistema immunitario, per primo. Per cui oggi ci sentiamo in una situazione di impossibilità ad evitare tutta una serie di influenze esterne che ci possono nuocere, tanto da interiorizzare il timore per tutto ciò che proviene dall'ambiente. Per trovarci, infine, a diffidare della natura stessa nella sua totalità, vivendola globalmente come nemica e come avversaria da cui difendersi per poter sopravvivere. Possiamo ben dire, dunque, che l'uomo di oggi ha perso quel legame quasi viscerale con la terra, con la natura, che una lunga esperienza culturale aveva sentito e pensato come "cosmos", come ordine ed equilibrio vivente che tutto comprende e tutto avvolge. Lo sviluppo disarmonico del rapporto con l'ambiente, al di là della minaccia di ogni concreta catastrofe, ha così progressivamente condotto a quella condizione interiore in cui ora ci percepiamo "senza casa" o per lo meno con "il tetto che ci crolla in testa". Si ripresenta, insomma, sul piano naturale quello che avviene sul piano individuale nel momento in cui non riusciamo a rinunciare alla nostra onnipotenza, non riusciamo a riconoscere e ad accettare la presenza del limite. Quel limite allo sviluppo tecnologico, alla salute, alla vita stessa che sfocia inevitabilmente nella morte. Quel limite che dovrebbe farci definitivamente perdere la fiducia acritica in un progredire lineare senza fine, per portarci a capire la circolarità degli eventi, l'avvicinarsi pericoloso del progresso al caos, della salute alla malattia ... Tutto ciò non certo per giungere ad una passiva ed inerte rassegnazione delle cose, ma per permetterci una fruizione più equilibrata di noi stessi e del mondo naturale. Sono proprio gli effetti perversi di questa onnipotenza del sapere tecnico, di questa non accettazione del limite a sollecitarci un impegno in un difficile riesame e in una faticosa rivisitazione di alcuni dei modelli più appariscenti e più rassicuranti della nostra civiltà, che non è più possibile ulteriormente procrastinare. Sollecitati pressantemente dall'inattesa angoscia di fronte ad un ambiente in rivolta e da altre fonti di stress, sempre più insidiose per ogni essere umano, ci troviamo a dover accogliere una ineludibile richiesta di cambiamento. Ci troviamo a dover "inforcare delle lenti più potenti", per così dire, per ampliare, anzi per approfondire l'ottica di lettura dei fatti, con tutto il carico di dolore, di incertezza, di fatica e di lacerazione che questo comporta.

Ritengo che il saggio di D.Melzer e M.Harris "Il ruolo educativo della famiglia. Un modello psicoanalitico dei processi di apprendimento" (To, 1986) possa essere illuminante anche per un suo uso nell'ambito della riflessione sull'individuo e sul suo rapporto con l'ambiente, come già rileva G. Blandino in "Relazioni e Sviluppo" (To, 1990). In particolare, la distinzione che viene fatta fra "stati della mente adulto" e "stati della mente infantile". Il presupposto di questa concettualizzazione sottolinea "il primato della realtà psichica nella produzione dei significati" e "l'intenzionalità nella produzione dei valori". In altre parole, sottolinea la totale dipendenza della percezione che abbiamo del mondo esterno dall'organizzazione del nostro mondo interno. Nello stato mentale adulto, l'individuo si caratterizza per la maturità emotiva, cioè per la capacità non solo di amare, ma anche di odiare, di riconoscere il ruolo delle proprie parti distruttive, di stare dunque attento alla possibile intrusione della propria parte "imbrogliona e bugiarda". Questo comporta una faticosa integrazione di parti del Sé, con l'abbandono della scissione, l'accettazione della sofferenza e la rinuncia all'onnipotenza. Nello stato mentale infantile, l'individuo, che si caratterizza per una scarsa differenziazione tra mondo esterno e mondo interno e tra sè e gli altri, presenta avidità, competitività, desiderio di trionfo, sensualità e onnipotenza. Aspetti questi che non possono che avere anche delle conseguenze per quanto riguarda il rapporto con il mondo e specificamente il rapporto con la natura. Mi spiego meglio: dato che è tipico di una mentalità infantile voler possedere gli oggetti con la tendenza a sfruttarli fino in fondo per poi buttarli via e sostituirli, non è difficile riconoscere come lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, fonte di gravi danni all'ambiente, sia la riprova della permanenza diffusa di un simile atteggiamento, che si manifesta poi anche a tutti gli altri livelli, da quello tecnologico, a quello scientifico, a quello delle strategie politico-economiche. Il drammatico problema ecologico, quotidianamente sotto i nostri occhi, si può dunque anche leggere ed interpretare come una forma di incapacità di rinunciare allo sfruttamento degli oggetti e al possesso avido delle cose, o viceversa, come una forma di incapacità di acquisire quell'atteggiamento mentale più adulto che comporta invece rispetto e comprensione nei confronti del mondo e di tutte le creature animali o vegetali che siano, cioè della natura nella sua totalità. Solo in tal caso è possibile salvaguardarne le risorse e la mancata salvaguardia è indice di modalità di pensiero e di relazione di tipo infantile. Un atteggiamento mentale di tipo adulto è orientato a conoscere e a servirsi del mondo più che a volerlo controllare e sottomettere, è quindi profondamente ecologico, è quindi orientato, come ci ricorda Fornari in "Genitalità e cultura" al riconoscimento del "principio di realtà", anziché al predominio di quel "principio di piacere" che equivale poi alla presenza della pulsione di morte, cioè alla tendenza alla distruzione e all'autodistruzione, piuttosto che all'amore per la vita e la natura.

E' questo il cambiamento che ciascuno di noi può realizzare anzitutto dentro di sè e il contributo individuale che può dare, riconoscendo con onesta riflessione, la propria adesione a modelli di vita "infantili" che ci richiedono certi costumi e certi consumi.

Uno scritto Zen così dice:
"Per coloro che non sanno nulla dello Zen
le montagne sono soltanto montagne
gli alberi sono soltanto alberi
gli uomini sono soltanto uomini.
Dopo aver studiato lo Zen per qualche tempo,
uno giunge a percepire la vanità
e la fugacità di tutte le forme,
e le montagne non sono più montagne,
gli alberi non sono più alberi,
gli uomini non sono più uomini.
Per colui che ha compreso pienamente lo Zen
le montagne sono di nuovo montagne,
gli alberi sono alberi
e gli uomini sono uomini".
(da A.Watts "Lo Zen", Mi,1964).