commento di Daniela Brambilla
fonte Panorama

La notizia

Guerra a Osama. I detenuti di al Quaeda. Le critiche dell'Europa sul trattamento dei prigionieri talebani hanno spinto gli Usa a interrompere i voli di trasferimento a Cuba. Ma la costruzione delle celle sull'isola continua a pieno ritmo. Nell'attesa di trovare una soluzione politica e giuridica al problema.
Panorama di giovedì 31 gennaio 2002

Il commento

Guantanamo è una base militare USA, è un angolo di Cuba, che occupa un'area grande come San Francisco. E' in questo lembo di terra -da cui seppur cacciati gli americani non " se ne sono mai andati"- che oggi sono imprigionati 158 detenuti talebani.
Il Pentagono considera questi prigionieri dei criminali, rifiutando loro lo status di prigionieri di guerra e il relativo trattamento assicurato dalla convenzione di Ginevra.
Gli alleati europei criticano le condizioni in cui sono tenuti i detenuti. Il ministro degli Esteri dell'Unione Europea parla di tortura, un gruppo di avvocati americani capeggiati dall'ex ministro della Giustizia Ramsey Clark chiedono che ai detenuti venga riconosciuto almeno un capo di imputazione, se non la presenza di un legale.

La scelta della base militare di Guantanamo è stata determinata proprio per poter mantenere i prigionieri in una sorta di limbo giuridico, prima di una decisione definitiva circa il loro destino.

Al di là delle ragioni giuridiche colpisce il fatto che ci sia stata l'esigenza di interdetto del suolo americano ai terroristi talebani, membri dell'organizzazione di Al Quaeda, che si siano dovute isolare, con tanta determinazione, queste oscure forze del male. Forse viene spontaneo chiederci se confinare extra moenia questi prigionieri, non fargli nemmeno toccare la terra di Colombo, non possa costituire una misura necessaria al fine di mantenere intatta l'integrità del pensiero americano, così seriamente minacciata da tensioni e lacerazioni interne. Integrità di pensiero che la ricca e opulenta America è riuscita a conquistarsi a prezzo di continue scissioni interne ed esterne. La stessa Cuba a suo tempo è stata isolata, controllata e repressa. I prigionieri sono stati rinchiusi a Guantanamo; il nemico, in un gioco scatole cinesi, lo si è isolato in un'isola creata dalla natura, che accoglie al suo interno un'altra isola politica, che accoglie al suo interno un'altra isola militare circondata da filo spinato. In questo gioco di scatole cinesi i confini delle nostre e altrui ragioni si perdono, non c'è più bisogno di riconoscere in noi la stessa violenza del nemico, magari ben camuffata sotto la completa differenza di stile e di argomentazioni.

A Guantanamo vediamo questi esseri umani privati della loro identità, ridotti a fantasmi arancioni, che piegati dal dolore, dall'umiliazione e dagli psicofarmaci, vengono spiati in continuazione.
Una luce forte infatti li insegue notte e giorno. Portano bende intorno agli occhi e mascherine sulla bocca, capelli e barba sono stati tagliati per privarli della loro identità di popolo. Questa necessità di dover ridurre esseri umani ad oggetti è forse una difesa per allontanare da sé per sempre la paura?
Paura della povertà, dell'ignoranza dell'integralismo, della misoginia, paura di chi senza speranza attacca e uccide anche se stesso?

Forse queste paure vengono isolate a Guantanamo, vengono nascoste, represse, soffocate e così un numero spropositato di soldati americani sorveglia 158 detenuti assolutamente non più in grado di nuocere.

I terroristi devono essere sistemati in questa piccola e ultima scatolina cinese e lì devono stare per sempre, visto che non è possibile farli sparire.
Per favorire le scissioni, i mezzi di comunicazione ci forniscono notizie da un solo vertice di osservazione. Così i meccanismi normali di integrazione e di ricomposizione vengono inibiti: non bisogna lamentare la perdita degli altri, di quelli del fronte opposto, bisogna negare la sofferenza di questi esseri umani.

A tre mesi dall'inizio della guerra in Afganistan, il governo degli Stati Uniti annuncia la morte sul campo del primo soldato americano e il presidente Bush lo cita come caduto per amor di patria. Neanche una parola per i caduti del fronte opposto. E' propaganda, ma è propaganda tesa ad evitare la depressione determinata dalla distruzione, dal semplice motivo che esseri umani in conflitto sono costretti ad uccidersi, ad umiliarsi. I meccanismi di lutto, che tale situazione determina, vengono arrestati e contrastati da evidenti atteggiamenti maniacali: turisti americani a Cuba al modico prezzo di 35 dollari spiano dall'alto i detenuti…Mc Donalds conta di aprire una filiale con vista sulle celle dove vengono tenuti i terroristi.

Eppure assumersi la responsabilità della propria integrità di individuo e di popolo vuol dire non isolare, reprimere e confinare, vuol dire non lasciare che parti rimangano isolate o inascoltate, significa assumersi la responsabilità della propria condizione mentale, la responsabilità dei conflitti interni e della necessità di integrarli tra loro, invece di segregarli in territori separati e diversi.
Fa paura pensare che un Occidente ricco e culturalmente avanzato possa albergare realtà e sentimenti ancora così primitivi, come povertà, ignoranza, integralismo, misoginia. Eppure è solo accettando questo e non richiudendo tutto in isole sempre più piccole che possiamo crescere come individui e come popolo.

Forse dovremmo smettere di costruire a pieno ritmo celle per confinarvi dentro ciò che non vogliamo vedere; non è spiando che possiamo capire, è solo avvicinandoci con cautela e osservando.

Perché poi, in fondo in fondo al mare le isole non esistono!


"Beneath the wind turned wave
Infinite peace
Islands join hands
'Neath heaven's sea"

[King Crimson: Island]