commento di Nicoletta Massone
fonte La Repubblica

La notizia

Evento degno di nota, il fatto che la signora Gul, moglie del neopresidente turco, si sia presentata nella sua veste ufficiale indossando il velo, un "capo" così inevitabilmente pervaso di significati. Attualmente, gli stilisti sono al lavoro per de-islamizzare completamente l'abbigliamento femminile delle donne di religione mussulmana: lo stesso turban, la tenuta che abbina il velo alla veste lunga sino ai piedi, viene riformulato dall'alta sartoria. In una recente sfilata ad Istambul, bellissime modelle hanno inaugurato una moda che lo vorrebbe persino vezzoso e sexy. E tutti i capi femminili sembrano destinati ad identica rivisitazione.

La Repubblica, 2 settembre 2007

Il commento

Effetti della de-islamizzazione dell'abbigliamento si possono già apprezzare oggi sulle spiagge turche: fa la sua comparsa la nuova moda del due pezzi islamico, il burkini, una specie di uniforme monocroma che aspira a mettere insieme la civetteria con i rigori della militanza. La foggia è sempre identica: pantaloni, casacca a maniche lunghe, cappuccio con visiera stretto sotto il collo; si possono, però, scegliere i colori che contemplano persino alcune fantasie floreali dalle delicate tinte pastello. Sotto un sole rovente che segna 42 gradi all'ombra, si muovono queste figure colorate che, ci dice l'articolista, fanno pensare ad un extraterrestre caduto da un'astronave oppure ai teletubbies, pupazzi androgini che animano un programma di cartoni animati per l'infanzia.

Sono immagini di quella Turchia che pretende la verginità della sposa, una sposa che, non di rado, conosce il marito solo il giorno del matrimonio, raramente ha un'istruzione e quasi sempre osserva le prescrizioni della tradizione religiosa. Ancora nel 1987, un giudice poteva rifiutare l'aborto ad una donna stuprata dal marito con la motivazione che "due cose non vanno mai tolte ad una donna: un feto dal grembo e una frusta dalla schiena".

È anche vero che nel 2004 il parlamento, dominato dall'AK islamico, ha varato un codice penale che introduce la parità di diritti tra uomini e donne, in particolare in materia di matrimonio, di divorzio e di eredità; ha trasferito la sessualità femminile dalla categoria dell'onore familiare al terreno dei diritti individuali. Il parlamento, inoltre, ha avviato programmi per reprimere le violenze domestiche ed allargare l'accesso all'istruzione. In realtà, però, non sembra sufficiente promulgare nuove leggi per cambiare la società; se questo bastasse, infatti, la Turchia sarebbe già mutata negli anni trenta, quando Ataturk abolì la poligamia e condusse le donne la voto, tra l'altro, molto prima che in Italia (1934).

Le riforme di allora sembrano non aver saputo e potuto tenere conto di molti elementi compresi nella complessità che intendevano governare. Se oggi sulle spiagge del mar di Marmara fa la sua comparsa il burkini, se il turban sembra essere veste diffusa nella moderna Istambul, si può pensare che profonde istanze culturali ed emotive siano rimaste non interpretate dalla riforma laica realizzata in passato. L'abbigliamento e la condizione generale della donna, come dice la scrittrice Elif Shafak, diventano l'elemento significativo attraverso cui un modo di sentire e di pensare cerca riconoscimento nella quotidiana strutturazione sociale.

Un modo di sentire che si fa veicolare da un corpo femminile velato e nascosto. Un corpo trasformato in un extraterrestre teletubbies, privo della definizione dell'umano, in particolare delle caratteristiche che hanno a che fare con la corporeità femminile e con la sessualità.

Ancora una volta, possiamo pensare, dobbiamo prendere atto di come sia difficile presiedere all'accettazione della realtà che ci costituisce, soprattutto di quella dimensione che ci lega alla terra e all'organicità. E ci possiamo chiedere le ragioni di questa apparentemente mai finita e mai compiuta fatica dolorosa di integrazione.

Il corpo è originaria apertura al mondo ed esiste nell'incontro con le cose che abitano il mondo. Sappiamo di essere quando tocchiamo un oggetto, lo sfioriamo, ci facciamo sorprendere dalla sua superficie ruvida od avvolgente. Null'altro siamo, in quel momento, se non quello che proviamo: particelle di morbido di seta o lucentezza specchiante di cristallo.

Senza riferimenti al mondo, il nostro corpo - e noi con esso - ricade nella condizione di cosa, come avviene, in parte, nel sonno e, più compiutamente, nella morte. Apparteniamo agli oggetti che troviamo e ancor di più apparteniamo all'incontro con gli altri. È nello sguardo dell'altro che sentiamo noi e la nostra vita quando quello sguardo si posa sul nostro volto. Le nostre molteplici e sparse sensazioni, diventano forma unitaria e definita nell'attenzione indivisa che l'altro ci destina, un'attenzione che, nel suo accogliere, si fa anche accettazione.

Per questo, dice Sartre, la nostra esistenza è in quanto chiamata. L'altro, nel suo chiamarci, ci fa uscire dalla condizione di indefinitezza, di entità priva di forma e di significato. E ciò compie a partire dalla sua libertà, con un gesto che promana da un non condizionato volere. Nell'incontro con l'altro, non c'è possesso, ma l'accoglimento della gratuità di un dono. Da tale punto di vista, tutto ciò che siamo è un dono:

"queste vene sulle mie mani è per bontà che esistono. Ed è per bontà che io posso avere degli occhi, dei capelli, delle sopracciglia e regalarle a quel desiderio che l'altro si fa liberamente essere. Mentre prima di venire guardati con amore eravamo inquieti per questa protuberanza ingiustificata che era la nostra esistenza, mentre ci sentivamo di troppo, ora sappiamo che tale esistenza è voluta nei minimi particolari dalla libertà dell'altro. È questo il fondamento della gioia d'amore: sentirsi giustificati di esistere"
J. P. Sartre, L'Essere e il nulla.

Il piacere che proviamo in ogni incontro nasce proprio dal rinvenimento di noi stessi nell'accettazione che l'altro ci offre. Piacere scoperto e trovato, piacere che incalza per chiedere la nostra disponibilità, il nostro abbandono a quella nuova presenza, chiamando corpo e mente ad un ordine di significati che prima erano semplicemente insospettati oppure presenti solo nella forma di incompiuto presagio. Di fatto, non sappiamo come diventeremo nella mente e nella carne dell'altro, sappiamo solo che certamente non saremo più come ora ci conosciamo. Sono gli altri a possedere il segrete di ciò che siamo.

Una così radicale dipendenza genera angoscia perché dagli altri può venire accettazione, ma anche rifiuto. L'altro può avvicinarsi, indifferente a ciò che siamo, per tramutare l'incontro in luogo dove trovare solo se stesso, occasione di

approvvigionamento di vita" messa al servizio di un ideale di grandezza che deve essere continuamente alimentato in quanto unico possibile luogo di identificazione. Oppure l'altro può tradirci ancora più profondamente scomparendo dal nostro orizzonte relazionale, facendo venire meno quella trasfigurazione di noi che solo quel particolare sguardo, quel preciso luogo d'incarnazione, poteva portare all'essere.
"Tu fosti il mio più bel legame con la vita. Sei diventato la mia conoscenza della morte".
A.Philipe, Le temps d'un supir

E nella morte dell'altro, finiamo per vivere un'anticipazione della nostra stessa morte. "Ogni cadavere - dice Pavese in Prima che il gallo canti - somiglia a chi resta e gliene chiede ragione". Sappiamo che un giorno, inaspettato e non voluto, più nulla sarà nostro; tutto ciò che tocchiamo, che sentiamo, che amiamo senza condizione, sino a baci e lacrime, è partecipazione temporanea, sottoposta ad un finire perentorio e senza appello.

Di fronte alla consapevolezza di questa realtà tragicamente instabile, temporanea, mai compiuta e mai nostra, così contraria al desiderio di poggiare su più solido consistere, l'Occidente, attraverso gli strumenti culturali, ha inventato strategie difensive. Già nel pensiero greco, il corpo ha cominciato ad essere sentito e presentato come quantità negativa da governare e trascendere, falsa parvenza che con l'essere dell'uomo poco ha a che fare. Prospettiva simile si trova nella tradizione religiosa ebraico cristiana che ha informato di sé le categorie del nostro pensiero. Un corpo simbolo di caducità ed impotenza ed un'anima legata al desiderio e al dolore dell'eccitabilità emozionale, sono salvati dall'alleanza con Dio, il solo a possedere il soffio dell'autentico consistere. Peccato è la rottura dell'alleanza, è una carne che si progetta in una libertà assoluta, con ciò consegnandosi al regno del male e della morte.

Una carne, quindi, da cui affrancarsi attraverso la creazione di forme di identità liberate del peso della corruttibilità della materia. Il corpo diventa res extensa, affiancato da un'anima che è puro pensiero matematico, nelle cui asettiche concatenazioni logiche si immagina riposi il significato di ogni cosa. Le esperienza di un corpo imperdonabilmente sensibile, commosso dagli oggetti del mondo e dalla profondità degli sguardi, sembra definitivamente scomparso, confinato nel nulla d'essere dell'assenza di significato. Mentre, per parte sua, il corpo res extensa, può essere saputo con precisione e chiarezza, può essere scomposto, misurato, descritto nelle sue componenti: muscoli, ossa, innervazioni.

È il corpo del sapere scientifico che si conosce in base alla sezione dei cadaveri, ma il cadavere sezionato è solo una simulazione di quello vivente e si basa su un sapere che ha la morte come riferimento. La scienza, a ben vedere, non descrive la realtà, ma l'iper-realtà delle sue costruzioni, mascherate dal simulacro dell'oggettività e ci consegna, ultimo punto d'approdo del nostro sofisticato pensiero, ad una dimensione dove più nulla sappiamo del corpo vivente. Ciò che in esso accade, è qualcosa di non universalizzabile, quindi abbandonato ad un privato individuale di cui non mette conto prendersi cura.

"L'inadeguatezza dell'animale all'universalità e la sua malattia originale ed è il germe innato della morte".

G. W. Friedriech Hegel. Enciclopedia.
Forse, proprio per questo abbiamo nascosto il nostro corpo con i vestiti, non solo per bisogno di protezione, ma, più profondamente, per cercare di dissolvere qualcosa che ci inciampa, che ci rende per sempre individua substatia, troppo lontana dallo splendore etereo ed immortale degli universali.

Dice ancora Hegel nell'Enciclopedia:

"Il vestito trova origine […] nel pudore. Il pudore è l'inizio dell'ira contro qualcosa che non deve essere. L'uomo si sforza di nascondere quelle parti del suo corpo che servono solo a funzioni animali e non hanno un'espressione spirituale".

Siamo riportati al fatto di cronaca da cui siamo partiti. La Turchia oggi ci ripropone con forza questo dilemma: l'inquietudine e la vergogna per un corpo umano che si vorrebbe non essere, nella ricerca di un'identità per sempre liberata dal peso intollerabile della fragilità del desiderio.

Non solo: ad essere ostentatamente coperto è il corpo della donna, quella donna, dunque, che si incarica di ricevere nella sua carne e nella sue essenza la quantità di significazioni negative di cui si è detto circa il corpo.

Certo, sappiamo quanto possa essere complicato per ogni uomo il cammino verso la separazione. Se tutti i bambini amano senza deroghe e senza condizioni il loro primo altro relazionale, ossia la madre, e se amare significa identificarsi con l'oggetto d'amore, ogni maschio deve, però, negare, in seguito, questa originaria identificazione, al fine di pervenire alla propria specificità di genere. Nello sforzo disperato di separarsi, dominato dall'angoscia di mai più riuscirvi, può trovare ed utilizzare l'espediente del disprezzo. Più facile è lasciare qualcosa di indegno. La donna diventa entità meno che umana, incapace di autonomia, totalmente dissimile ed altra da sé.

Questo éscamotage che consente all'uomo lo strappo verso un'autonomia stereotipata, lo espone, però, al rischio di perdere la sua capacità di riconoscimento reciproco, dato che la sintonia emotiva è il luogo dove maggiormente teme di perdere se stesso. Contemporaneamente, la donna può accettare l'attribuzione di tale mancanza di soggettività, disponendosi a dare riconoscimento senza riceverlo, diventando incapace di esprimere il proprio desiderio e la propria partecipazione affettiva. E ciò può fare nel tentativo di trovare sollievo dal senso di colpa che le proviene dall'esercizio del suo potere di madre: solo lei può generare alla vita, prevalentemente a lei è affidata la cura dei nuovi esseri umani.

In qualche modo, allora, un dramma evolutivo da una parte e il peso per l'esercizio del potere dall'altra, possono diventare occasioni per una sotterranea alleanza, dove uomini e donne trovano la quantità di energia necessaria per cercare di umiliare un corpo esecrabile, insopportabilmente esposto alla multiformità del mondo, tragicamente determinabile, instancabilmente catturato dal calore delle carezze, dalla più insignificante delle allegrie, già ora contaminato dalla decomposizione della carne.

Oggi la Turchia chiede di entrare a far parte dell'Unione Europea e la questione è oggetto di profonde e spesso contrastate riflessioni. Gli esperti di politica parlano delle difficoltà o dei vantaggi che un tale evento potrebbe portare con sé.

"Certamente oggi - afferma A. Politi, analista strategico - nell'Unione Europea sono presenti importanti sfide politiche e sociali. Da quando l'Unione europea è stata costituita, però, siamo riusciti ad integrare cattolici, protestanti, ortodossi ed ebrei e non si capisce come mai non si possa integrare un paese laico mussulmano, quando la religione mussulmana è al secondo posto in Europa. Dire che la Turchia non è europea, non significa solo negare la realtà storica di mezzo millennio, nonché l'eredità di Ataturk, ma la nostra stessa laicità. Uno dei punti più importanti di tale laicità è proprio la capacità di saper trasformare i paesi membri. La domanda, a questo punto, è se vogliamo che la Turchia resti una mina vagante tra un golfo ed un levante in disgregazione e un'Europa politicamente in crisi, o se pure pensiamo di poterci assumere la fatica di un ulteriore dialogo".
A. Politi, Turchia: il rapporto tra laicità e democrazia

Del resto, non è che la nostra società cosiddetta avanzata ci proponga un sentire il corpo davvero diverso da quello che troviamo lungo le coste del mar di Marmara. Un corpo il più possibile esibito ed enfatizzato nelle caratteristiche maschili e femminili, modificato dalla chirurgia estetica, programmato dall'ingegneria genetica, semplicemente rimanda ad un'ulteriore strategia di nascondimento e di rifiuto per quella fragilità del troppo umano. Tra le molte cose che la nazione Turca ci potrebbe portare c'è, forse allora, la maggiore visibilità di un dolore per il nostro legame con la terra e con la caducità, un dolore di cui, ancora una volta, siamo chiamati a prenderci cura.