commento di Nicoletta Massone
fonte La Repubblica

La notizia

L’articolo esamina uno specifico fenomeno demografico particolarmente importante per la nostra epoca e la nostra cultura. Alla fine del secondo conflitto mondiale, si verificò un imponente aumento delle nascite sia in America che in Europa. Anche se il Washington Post annunciò che il baby boom, frutto della smobilitazione, era cominciato, si affrettò, poi, a rassicurare i lettori che la cosa non sarebbe durata a lungo. In realtà, l’ondata di fertilità si protrasse per 19 anni, aggiungendo alla popolazione mondiale altri 78 milioni di persone.

La Repubblica, 7 novembre 2005

Il commento

L’articolo ci parla della natura di una generazione davvero singolare: quella che appartiene al boom demografico del secondo dopoguerra. È il periodo della ricostruzione, gli orrori del conflitto mondiale sembrano appartenere ad un tempo definitivamente concluso. Finalmente c’è uno spazio a disposizione, dove sembra possibile pensare e realizzare progetti che non si frantumano sotto il peso di una distruzione continuamente operante ed apparentemente ineliminabile. Una libertà di costumi sino ad ora sconosciuta, si coniuga da un progresso delle condizioni materiali e nuove prospettive di vita diventano tangibile realtà. Torna la possibilità della fiducia, la speranza in un compimento positivo, frutto di operosa costruzione. È proprio questo clima di rinnovata fiducia nelle proprie possibilità, quello che accoglie la nascita dei boomers, un clima dove data per scontata è la soddisfazione dei propri bisogni. Quando questi bambini hanno appena un anno, compaiono i primi programmi TV per l’infanzia, gli elettrodomestici popolano le cucine, l’automobile è bene improvvisamente irrinunciabile. Nasce l’organizzazione familiare e sociale del nostro tempo e pare che nasca non solo con loro, ma proprio per loro. La caratteristica della trasformazione sembra diventare tratto definitorio e strutturante dei boomers che finiscono, da quel momento in poi, per ridescrivere ogni stagione della vita attraverso cui passano, nel corso del loro crescere. C’erano, avevano più o meno 9 anni, durante il boicottaggio degli autobus a Montgomery, inizio delle proteste che portarono ad un diverso rapporto tra le razze; sono stati protagonisti delle battaglie per il superamento della divisione tra i sessi; erano ancora presenti alle manifestazioni contro la guerra in Vietnam, per testimoniare un disaccordo circa il fino ad allora consueto modo di pensare i valori dello stato e i rapporti tra le nazioni.

I boomers sembrano non dare più nulla per scontato e non si identificano con i modelli di essere e di sentire presenti e proposti dalla cultura della società. Finiscono con il porsi sempre a lato di quello che sino ad allora è stato l’adolescente, il lavoratore, il marito, la moglie, il padre o la madre di famiglia. Questo “essere a lato” diventa, in breve tempo, una sorta di spazio esistenziale, la cui sostanza emotiva e valoriale è una sorta di precipitato dello spirito dei tempi. «Ci sentiamo di coincidere – sembrano dire i boomers – con quella dimensione di sicurezza e di speranza che è nata con la nostra nascita. Ci sentiamo come un ragazzo che ha la ricchezza delle sue intatte possibilità ancora a completa disposizione e questo ci sentiamo sempre, a prescindere dal periodo storico che attraversiamo. È da questo luogo dell’essere che guardiamo il mondo e gli altri». Dice Matt Thornill, presidente del Boomer Project:

«Il fatto di conoscere la loro età non ci dice quale stadio della vita stiano attraversando. Si reinvetano ogni tre, cinque anni; un boomer potrebbe essere un neo padre oppure un nonno».

Nasce, in questo modo, il singolare fenomeno che approda alla creazione di una giovinezza ipostatizzata quale campo separato di esperienza e conoscenza, una ontologica gioventù i cui caratteri non appartengono più solo ad un preciso periodo di vita, ma diventano tratti definitori dell’essere umano in quanto tale. E il cambiamento modifica dall’interno l’intero carattere dell’esistenza:

«La società della disciplina che si alimenta della contrapposizione permesso-proibito, ha lasciato il posto ad altra società dove la contrapposizione ben più lacerante è quella tra possibile-impossibile. […] La misura dell’individuo ideale non è più data dalla docilità e dall’obbedienza, ma dall’iniziativa, dal progetto, dai risultati che si è in grado di ottenere nella massima espressione di sé».
U. Galimberti, Donna, 21 gennaio 2006.

Se tutto è possibile, però, ogni indecisione, ogni titubanza, ogni fragilità, diventa la nuova colpa, vergogna inammissibile, pietra d’inciampo verso un pieno cogliere tutte le opportunità presenti. Non solo: se tutto è possibile, per quanto si faccia, non si sarà mai sufficientemente se stessi perché ci sarà sempre qualcosa di non realizzato che pure, per suo statuto, è ormai sempre raggiungibile.

Il peso di un inedito criterio morale sembra, di colpo, gravare su ogni persona e chiedere ad essa, in ogni momento, la costanza dell’attivazione e del pieno, perfetto e perpetuo funzionamento. Fragilità e dipendenza sembrano per sempre bandite dallo spazio della coscienza che, al limite, può solo, nella scissione di parti di sé, alimentare il bisogno di tenerezza al calore artificiale degli stupefacenti. Ma forse è proprio questo il prezzo chiesto per mantenere ad ogni costo quell’identità di giovinezza lucente ed incorrotta che prescinde dal mondo interno ed esterno, continuamente in mutamento, strutturalmente legato alla caducità.

E quell’immagine è, ormai, la sola nella quale sembra possibile riconoscersi, icona di essere umano che non conosce qualcosa di inaccessibile, dio creatore la cui sapienza e la cui potenza non hanno confini. Ad essere messo da parte, come dicevamo, è il senso della sola crescita possibile che chiede la rinuncia al sogno di compiuta perfezione. Crescita che conduce lungo un lento e prezioso imparare, in mezzo allo scorrere del tempo e all’incontro con gli altri, che dice di scelte, di perdite, di un vivere mai intero, ma sempre alla ricerca di un imperfetto equilibrio radicato, progressivamente, nella personale fragilità. Forse è questo silenzio, questo non dire e non mettere in conto, spingendo il limite all’infinito, il rischio di Icaro cui i boomers sembrano esporsi maggiormente. Potrebbe, però, esserci anche un altro messaggio che questi imperituri giovani ci consegnano, con il loro modo di esistere e di continuamente reinventarsi. In fondo, questa generazione da sempre ci dice di un coinvolgimento in azioni tese a modificare importanti aspetti delle condizioni sociali ed individuali. Ciò, inevitabilmente, richiede il coraggio di affrontare il mutare di forme di vita profondamente radicate, sentite spesso come indiscutibili costruzioni, atte ad ordinare emozioni potenti, intense e contraddittorie. Se il rapporto tra le razze e tra i sessi deve essere diversamente vissuto, se il legame di coppia può venire messo in discussione, la sensazione di incertezza e di angoscia diventa, inevitabilmente, molto intensa. Se sposarsi non significa più entrare in un contenitore che prevede una precisa divisione di compiti in relazione al sesso e che, soprattutto, ha la caratteristica dell’indissolubilità e dell’eternità, torna l’intollerabile sconcerto di ciò che significa il reale incontro con l’altro: l’attrazione e paura della diversità, il desiderio di riconoscere tale diversità come l’altrettanto potente bisogno di negarla attraverso la competizione e il controllo reciproco. Sentimenti confusi ed ardenti improvvisamente si animano, senza più apparente controllo. E se l’istituzione viene meno, sono proprio tali sentimenti, ora, che determinano il destino e l’essere del rapporto. Ma questo, indubbiamente, spaventa perché le emozioni sono fragili, labili, sempre in cambiamento, difficilmente comprensibili. Sentire che la responsabilità del legame ricade interamente su di essi e sulle proprie capacità di decifrarli e gestirli, senza aiuti di confini statutari esterni, finisce con il far sentire molto esposti, spesso inadeguati rispetto ad un compito così difficile e prezioso.

D’altra parte, tutto ciò può rappresentare anche un prezioso guadagno, visto che la forma di rapporto codificata in senso sociale troppo spesso può rappresentare la rinuncia alla responsabilità della propria realtà emotiva che finisce per cristallizzarsi in una forma socialmente accettabile, ma fissa, sorta di pietra tombale sotto la quale la vita, senza più contenimento, viene abbandonata a se stessa, in assenza di un pensiero che la pensi e se ne prenda cura. È vero: sappiamo come tutto questo corrisponda ad un bisogno profondo dell’essere umano: quello di creare condizioni e forme di esistenza apparentemente in grado di assorbire ed annullare ogni perturbazione, in modo da conservare per sempre la pacificante tranquillità dell’identico. Un identico controllabile per intero, privo della dolorosa sorpresa dell’imprevedibile, privo del dolore della trasformazione. Ma, come ancora sappiamo, secondo Freud il bisogno più grande dell’uomo corrisponde anche alla massima espressione dell’istinto di morte. La cristallizzazione del ripetersi dell’uguale uccide la novità della vita, impedisce la crescita e l’arricchimento di ogni forma di esistenza, destinata, per sua natura, a trovare sempre più se stessa in un processo evolutivo continuo. Ci dice Danielle Quindoz:
«L’immobilismo è un tentativo totipotente di congelare l’istante, nello sforzo di lottare contro l’angoscia di separazione e l’angoscia di morte, cosa che, però, aumenta ancora di più l’angoscia».
D. Quinodoz, Le vertigini tra angoscia e piacere, Franco Angeli, 2005
In effetti, il tentativo di cui si parla, è destinato inevitabilmente ad accrescere il dolore, a renderlo più cupo e senza speranza, nella misura in cui raggela la vita come estremo tentativo per la creazione di un’esistenza – illusione ammaliante – dove apparentemente si dissolve l’orrore intollerabile della separazione e della morte.

Se si esce dall’illusione, resta “il salto nel vuoto dell’esperienza personale”, nella consapevolezza che la vita di ognuno non può essere vissuta da nessun altro, nemmeno dalla più solida tra le solide istituzioni sociali. È attraverso questo salto nel vuoto, questa inedita e non invocata solitudine, che si può, forse, uscire dal castello raggelato verso la proteiforme imperfezione della vita e custodire l’immagine di ciò che realmente si è e di quello che realmente è l’altro, al di fuori dello specchio deformante delle idealizzazioni e delle metafisiche cui, inevitabilmente, ogni modello sociale costringe.

Tutto sommato, quello che i boomers ci possono faticosamente regalare, nel gioco sempre imperfetto dei limiti e delle contraddizioni, può essere proprio questa vertigine e questo struggimento per la nostra più autentica capacità affettiva.

Dice ancora Danielle Quinodoz:

«È il tentativo di creare una strada in cui mettere insieme il sentirsi piccolissimi e sempre bisognosi di imparare, quanto tanto grandi da uscire dai limiti di un mondo che può essere quantificato. È come una goccia d’acqua che pensa l’oceano, sintesi di piccolezza ed immensità nell’universo».
D. Quinodoz, opera cit.