commento di Nicoletta Massone
fonte La Repubblica

La notizia

Sabato in America, a 93 anni, è morto Leo Sternbach, lo studioso di benzodiazepine che, nel 1963, insieme a Earl Reeder, aveva inventato il Valium. Nato ad Abbazia, allora in Austria, si era laureato in chimica a Cracovia, dove il padre gestiva una farmacia. In seguito, a causa della guerra e delle leggi razziali, era stato costretto a fuggire dalla Polonia, prima in Svizzera e successivamente in America.

La Repubblica, 3 ottobre 2005.

Il commento

Un destino che fa parte della nostra più penosa memoria collettiva, quello di Leo Sternbach costretto a fuggire, insieme a molti altri giovani e molti ebrei, dalla sua casa, un’Europa ormai trasformata in devastato luogo di morte. Prima di approdare in America, però, l’incontro con i reduci, irrimediabilmente feriti da un orrore straziante, darà al futuro chimico della Roche il motivo centrale del suo lavoro e delle sue ricerche: trovare una risorsa capace di cancellare una tale illimitata sofferenza. Nel corso di tutta la sua lunga vita, il ricercatore sarà sempre strenuo difensore del farmaco da lui scoperto ed incrollabile rimarrà la fede nei motivi di fondo dei suoi studi.

“Troppa gente sembra non tenere presente quanti suicidi sono stati evitati e quanti matrimoni salvati dalla mia pillola”

diceva quando veniva attaccato relativamente agli effetti collaterali che il farmaco aveva evidenziato, soprattutto il problema della dipendenza. Perché, in realtà, negli anni 70, l’uso della “sua medicina”, insieme a quello più generale degli psicofarmaci, conobbe un successo imponente: due miliardi e trecento milioni di pastiglie vendute, una valanga. Tanto che, ad un certo punto, il 28% del fatturato della Roche proveniva dalla scoperta di Sternbach che fruttò dieci miliardi di dollari in quarant’anni.

Più generalmente, comunque, al di là delle polemiche, sembriamo semplicemente di fronte ad un più che naturale desiderio di riparazione nei confronti di un “male” che, forse, sino ad allora, era stato sconosciuto all’esperienza umana.

Il nostro pensiero torna allo strazio dell’ultimo conflitto mondiale, teme di dovere fare i conti con una distruttività che sembra connaturale alla condizione umana, infamante ed odiosa quanto ineliminabile. Una distruttività, però, agita in un luogo chiamato “guerra”, legato ad oggetti mentali emotivamente intensi come “difesa della patria”, “libertà”, “sacrificio della vita per i propri ideali”. Male inevitabile, dunque, per sfuggire a più pesanti vergogne: “il pavido che, per codardia e debolezza, accetta l’ingiustizia del sopruso e della sopraffazione”.

Siamo trasportati in contesti che parlano di valori ultimi, della nobiltà del giusto incorrotto che difende, con la propria, la vita dei suoi simili. Una dimensione eroica assolutamente lontana, nella mente, dal lento e ritmato accadere della vita quotidiana, una vita che sembra non chiedere mai al coraggio la sua prova estrema. La guerra arriva a città e paesi, alle famiglie, apparentemente solo in modo casuale, non voluta ed ultima conseguenza di decisioni che maturano nella terra assolutamente lontana del cuore degli eroi. Un male sfolgorante invade il mondo, ma ogni morte sembra trasfigurata da quella purezza, ogni vittima ne è ammantata. Morte e distruzione sembrano, in questo modo, meno amare, parti di un rito di magnanimità e di grandezza. La guerra è solo per la giustizia; nelle case, al contrario, si celebra il lento ripetersi delle occupazioni quotidiane, il sommesso scorrere della vita emotiva. Nobiltà ed orrore sembrano non riguardarla.

È così con estremo stupore che apprendiamo – sempre dallo stesso articolo – di come, ai tempi della sua nascita, il Valium fosse chiamato “LA PILLOLA DELLE MAMME”, pensato specificamente per alleviare le ansie della maternità e le tensioni della vita di coppia. Veniva anche nominato “IL PICCOLO AIUTO QUOTIDIANO” e una donna americana su cinque lo usava.

I due mondi che, sino a questo momento, erano decisamente separati, collassano l’uno sull’altro. Sorprendente percorso quello che finisce per accomunare il dolore devastante dei reduci di guerra all’ansia di una donna in attesa di un figlio o in presenza di un piccolo bimbo di cui prendersi cura. Nella nostra cultura, l’icona della madre con il suo bambino, gli occhi negli occhi, è il simbolo del legame affettivo per eccellenza, beatificante intesa di compiutezza, non contaminata dai sentimenti della rabbia, del rifiuto, della violenza.

Riusciamo a tollerare che questo sguardo sazio di perfezione possa essere attraversato, per qualche attimo soltanto, da irritazione e fatica a patto, però, che subito esse vengano cancellate da un più profondo e pervasivo amore.

Le notizie terribili che a volte ci raggiungono e che parlano di madri che abbandonano o uccidono i loro figli le consegniamo al non mondo della follia, all’assoluta solitudine della mancanza di senso.

Eppure Sternbach dedica il suo prezioso farmaco proprio alle madri; inconsapevolmente, ci fa immaginare che anche nella mente della madre quando entra in contatto con il suo bambino, possano accendersi inaspettate esplosioni di rabbia, incontrollati timori e desideri di fuga, imboscate, diserzioni, legge marziale, processi sommari e fucilazioni. Un universo brutale e freddo travolge, di colpo, la nostra irrinunciabile immagine di amore ardente che, in qualche parte del mondo, sappiamo continuare ad esistere. Un’antica disperazione – il timore che nella vita non ci sia spazio e sopravvivenza per gli affetti – torna a visitarci. L’angoscia che nemmeno più l’abbraccio della madre sia benefico e salvifico attacca, con gelo pietrificante, la capacità di sperare.

Il rimedio di Sternbach ha lo scopo di annientare questo impensabile orrore per fare esistere ciò che solo vogliamo che esista. La certezza sottostante è che dolore e rabbia siano, in realtà, così potenti da distruggere la mente, proprio come è accaduto ai soldati della seconda guerra mondiale. E che, in particolare, l’ostilità e la sofferenza più grandi si situino proprio in quell’abbraccio adorante di sguardi che corre tra madre e bambino, come tra la sposa e lo sposo. Più i legami sono ravvicinati e profondi, più sono esposti all’intensità dei sentimenti, sia di amore che di odio.

Tutto questo ci fa da sempre sentire infinitamente fragili e vulnerabili, potenzialmente già travolti da un male rovente che crediamo di non poter accettare e contenere dentro di noi. Giudicandoci impotenti di fronte alla nostra distruttività, decidiamo di annichilirla con una pozione magica e quello che ancora ne rimane lo esportiamo nel lontano cuore puro degli eroi che provvederanno a rappresentare per noi, sul palco del mondo, gli scenari di violenza e di dolore di cui la nostra mente ha fatto esperienza nel commercio affettivo delle relazioni.

Intento la madre può correre un grave rischio: non sa più la sua rabbia, non le capita più, insieme alla commozione per balbettii leggeri come piume, di sognare anche di liberarsi del suo bambino, così troppo spesso intollerabilmente immaturo, soffocante e dipendente. Continua ad occuparsi del suo piccolo, ma una parte della sua esperienza emotiva con lui ora le manca e i sentimenti rimasti, senza il tutto affettivo di cui facevano parte, sono mozzati e vuoti, privi del loro pieno significato.

È un modo spezzato di esserci per l’altro, fatto di una tenerezza discontinua che sembra addensarsi proprio intorno al buco nero di ciò che manca e che, per questo, finisce per diventare mostruoso. La madre non sa più cosa prova e nemmeno il suo bambino lo sa, perduto nella solitudine della rinuncia ad essere presenti tutti interi.

Il messaggio emotivo finale può essere l’inautenticità: non voglio stare con te, ma visto che non mi è dato esimermi, fabbrico in laboratorio la mia presenza. Il messaggio finale può essere disperante: dall’incontro di due esseri umani, nella loro anima, non può nascere mai la creatività dell’amore e dell’accettazione, una certezza negativa dell’esistere che si cristallizza in dogma quando la luminosità dell’accoglienza è affidata all’artificiale alchimia della chimica.

Il bambino può sentire di avere vicino una madre con un cuore arreso, lontano come le stelle, sfavillanti di bellezza nella loro irrevocabile irraggiungibilità. Può sentirsi molto solo con i suoi terrori che non hanno chi li ascolti e con il suo infinito desiderio di compagnia. Può, infine, perdere la speranza che mai un giorno arrivi qualcuno a consolare quel siderale abbandono.

E può imparare quello che gli adulti gli hanno insegnato; da grande, non cercherà in se stesso e negli altri qualcosa che gli permetta di essere felice. Sa già che, in sé e negli altri, non c’è niente di valore da cercare, solo una fragilità scadente e impacciata, troppo lenta e limitata, troppo terribilmente umana, vergogna da nascondere e da cui difendersi. Preferirà quello che i grandi hanno preferito: venire liberati dalla responsabilità di se stessi grazie ad un farmacologico deus ex machina estraneo, inanimato e magico, che misteriosamente fa dimenticare di essere solo degli uomini.

I Rolling Stones hanno chiamato il Valium “my mother’s little helper”, il piccolo aiutante di mia madre. I bambini, a volte, possono cadere nella trappola mortifera degli adulti, possono sentire che la loro mamma, in parte, si nasconde al loro desiderio dietro una presenza formale ed asettica, possono smarrirsi in un sorriso depredato e devitalizzato. E possono continuare a cercare l’amore là dove i grandi hanno detto che era, nella fredda materia inanimata. Un amore a scadenza, preso a prestito e pagato, un amore da supermarket, seriale, che non è mai stato diretto, tutto intero, proprio a loro.