commento di Nicoletta Massone
fonte La Repubblica

La notizia

Esce oggi il volume di Marcello Pera e di Joseph Ratzinger Senza radici. La lectio magistralis del Presidente del Senato presso la Pontificia Università Lateranense e una conferenza tenuta dal Cardinale in Senato, sono alla base di questo volume che ruota intorno ai problemi dell’Europa, del cristianesimo, dell’islam, della guerra e delle questioni bioetiche.

La Repubblica, 23 novembre 2004

Il commento

Un’opera scritta a due mani, quella di Marcello Pera e del Cardinal Ratzinger che affronta problemi di indubbia attualità, quei problemi che in questo assaggio di millennio impegnano i nostri pensieri e presiedono alla nascita di non poche inquietudini. Verso quale destino sta andando l’Europa?

Se dal punto di vista politico ed economico, osserva Pera, la crescita in benessere e il processo di unione dei popoli può essere un elemento di rassicurazione, non così accade per il versante culturale e morale.

Il Trattato Costituzionale europeo, pochissimo discusso dai parlamentari e quasi per nulla dall’opinione pubblica, dovrebbe contenere quegli “elementi morali fondanti”, senza i quali la Costituzione stessa non è altro che semplice giustapposizione di principi oltre che di istituzioni.

In realtà, all’Europa sembra mancare il convincimento nei suoi stessi valori che tendono a venire imprigionati in un “ghetto di soggettività”. Con un’operazione chirurgica, poi, si tenta di estrarre da tale area qualcosa di sufficientemente generale e valido per tutti. Termini come “Europa religiosa” e “patrimonio comune dei popoli” sono quello che rimane. Troppo poco, dice Pera, per fondare un qualsiasi soggetto. Così facendo, ogni cosa attenga all’Europa: istituzioni, ordinamenti, Costituzione, finirà per essere attribuito non ad un’individualità politica definita, bensì ad un ente indistinto nella sua sostanza. Rarefatto e disincarnato come i concetti più generali della matematica.

Come ritrovare in questa massima astrazione culturale il segno delle nostre radici? Il Cardinal Ratzinger cerca di individuare le cause del fenomeno. I valori dell’Europa sono fondamentalmente valori cristiani, ma oggi il nostro continente è decisamente in rotta di collisione con la propria storia e spesso si fa portavoce di una negazione quasi assoluta circa una possibile dimensione pubblica della “cristianità”. Siamo diversi dagli Stati Uniti, dove la Costituzione è profondamente ispirata a convinzioni religiose e morali di ispirazione cristiano-protestante, non codificate esplicitamente da nessuno, ma semplicemente presupposte quale riferimento unitario per un numero considerevole di nazioni.

Secondo il Cardinale, questo è stato possibile poiché i cittadini americani, fuggiti dal sistema di Chiese di Stato vigenti in Europa, avevano trovato collocazione nelle libere comunità d’oltre Oceano. La dimensione religiosa, in tal modo, aveva perso il carattere di costrizione per assumere la connotazione di uno spazio vitale, aperto all’espressione della creatività dei singoli.

Il problema per noi resta: la mancanza, certamente angosciante, di una identità precisa in cui riconoscerci. In realtà, non ci risultano strane le argomentazioni del Cardinale e del Presidente del Senato. L’angoscia di cui dicono è ormai connaturata al nostro vivere, ne facciamo esperienza ogni giorno, anche solo nell’incontro, cui siamo capillarmente esposti, con altri popoli, altre identità nazionali che ci mostrano una coesione interna maggiore della nostra. Con stupore guardiamo i musulmani rispettare rigorosamente le regole e il lungo digiuno del Ramadan, recarsi regolarmente, a partire dalle più disparate condizioni, spesso dalle precarietà più estreme, alla moschea cittadina, secondo le cadenze degli appuntamenti preordinati. Non siamo più così. Un tempo, anche per noi la parrocchia e lo sgranarsi delle ricorrenze del calendario liturgico, erano riferimenti per tutti, riti che, sedimentando, si trasformavano in parti di vita, strutture interiori di coscienza. Con il passare degli anni, tutto questo è accaduto sempre meno; la religione è, prima, diventata una debolezza delle donne che l’uomo, il rappresentante del libero pensiero, tollerava con affetto o con fastidio. Poi, “cosa da vecchi” che non sanno stare al passo con il rombare dei tempi moderni, alla ricerca di una protezione più semplice e rassicurante, dove cullare il tremore di scoprirsi troppo vicini alla fine della vita.

Oggi, nella parte occidentale del nostro continente, la religione è diventata qualcosa per esperti, tecnici del settore, pensiero altamente specializzato accanto ad altri. Come una sorta di perfezionamento post-universitario, mentre alla società civile sono rimasti frammenti indistinti di quello che è stato, nel bene e nel male, un sistema unitario di senso. La società civile si trova a celebrare, indifferentemente, Natale, Halloween, la festa del raccolto e, recentemente, anche la scoperta dell’America. Qualsiasi tradizione è fagocitata, al di là del suo contesto e del suo valore, nell’indifferenza di una identità che sembra trovare esili criteri definitori solo in azioni e negli oggetti concreti posseduti: la macchina, la casa, l’abbigliamento, il fare vacanza, danza, piscina.

Vissuti per troppo tempo sotto l’egida di una Chiesa di Stato che ha ammantato di assoluto le regole della convivenza civile, si è approdati ad una negazione di qualsiasi possibile dimensione pubblica di quegli stessi valori cristiani.

Le ragioni della negazione poggiano ancora sulle braci dei roghi della santa inquisizione, ma il rifiuto si dirige anche sul sistema di pensiero che ha contenuto e metabolizzato, per secoli, l’evoluzione della nostra capacità simbolica, il modo che abbiamo trovato per celebrare l’amore, la nascita e la morte.

Il rifiuto, paradossalmente, ci separa dalla nostra storia e abbiamo difficoltà ad immaginare che cosa ancora ci accomuni. I nostri legami ci appaiono fragili e limitati, quasi casuali, dipendenti come sono solo da circostanze esterne: il lavoro, la scuola dei figli, la stessa palestra frequentata. Tutto il resto rimane confinato nel privato, materia magmatica ed indistinta di soggettività.

Temiamo che l’identità dell’europeo di oggi sia simile a quella del piccolo Hanno Buddenbroock che, nell’albero genealogico di famiglia, tra lo sgomento generale, tira distrattamente una riga dopo il proprio nome, quasi ad indicare che ogni possibile evoluzione è stata definitivamente consumata. Oggi è un senso pervadente di solitudine che ci tocca affrontare: non avere confini stabiliti, ma nemmeno un criterio interno che ci possa servire da bussola rispetto ad un qualsiasi compito di discernimento, proprio quando, invece, la complessità del reale, l’aumento delle opportunità offerte dalla scienza, chiedono un sempre più costante e raffinato esercizio delle nostre capacità di valutazione e di scelta.

Il nostro passato sembra non appartenerci più, mondo distante e lontano, pianeta da cui siamo partiti molti anni fa e che abbiamo visto rimpicciolirsi dall’oblò dell’astronave. La distanza siderale ha finito con il rendere tutto incredibilmente relativo, al punto che ci sono ora incomprensibili le passioni che si sono accese, le guerre sante precipitate al fondo dei secoli. Ora è nostro, piuttosto, un inquieto senso di smarrimento, un vuoto che prende il volto del buio del cielo, non più circoscritto dalle gradazioni, tenui od intense, dei colori. Uno spazio sconfinato, non decodificabile dai nostri sensi, senza nome, omogeneo, impenetrabile. Forse immagine del nostro mondo interno che ha perso la struttura dello spettro iridescente dei sistemi di credenze. Ogni valore è uguale all’altro, disincarnato come lo sentiamo, dalle ragioni che lo hanno generato, attualmente inattingibili alla nostra coscienza.

Restano frammenti scollegati dal tutto che cerchiamo di incorporare nella nostra esistenza, spinti dall’esigenza di ricomporre un’ossatura unitaria di fondo, estremo baluardo rispetto all’angoscia degli infiniti universi paralleli che sentiamo vivere dentro di noi, frammenti di mondi lontani, ognuno con il suo credo, con le sue regole e le sue usanze.

Ere, stratificazioni storiche che si sono consumate e che richiamiamo paradossalmente in vita, nel tentativo estremo di illuminare un presente indecifrabile. Eppure, verrebbe da pensare, non è solo così. Nel nostro spazio attuale, in modo caotico e disordinato, accogliamo, proprio nel ritmo della quotidianità, usi, costumi, voci, volti di altre tradizioni. Esistenze millenarie si avvicinano alla nostra, ci raccontano sapori di cibi sconosciuti che si imprimono nella nostra memoria, ci cantano il suono di ignoti linguaggi e modi diversissimi di dire padre e madre toccano il nostro cuore.

Siamo sgomenti di fronte a tanta inaspettata ricchezza e temiamo di venirne annientati. Svaniremo, sommersi da musiche straniere e violente, stoltamente irretiti dalla loro lieve bellezza. L’angoscia che oggi viviamo sembra quella che accompagna ogni grande cambiamento; ognuno di noi può temere che cambiare significhi semplicemente morire, non esserci più per come si era stati sino al momento prima e quindi sparire. Di noi si perderà la memoria, come è successo per le civiltà innumerevoli che ci hanno preceduto. Potrebbe nascere il desiderio di opporsi strenuamente alla catastrofe, cercando di evitare ogni contaminazione con la creazione di monadi isolate, non più in contatto con nessuno, nella celebrazione dell’identità dell’identico. Dovremo, come Cassiodoro alla fine dell’impero romano, rifugiarci in una nostra inaccessibile Vivarium per tramandare la cultura della classicità, proteggendola da popoli più giovani e vitali, ignari dei nostri sforzi per declinare il sapere intorno alle umane cose.

Il problema è che nessuno, alle soglie di un cambiamento importante, può dire cosa succederà dopo, se la nostra tradizione verrà conservata o distrutta e i gradi di tale processo. Tollerare l’incertezza, rimanere in una dimensione non definita e ancora scarsamente comprensibile, conservando il senso di integrità interiore, è certamente una delle angosce più profonde che l’essere umano si trovi ad affrontare. A volte l’angoscia può farsi insostenibile e spingere, prima che questo sia possibile, a trovare una sintesi che renda di nuovo palpabile la certezza di muoversi in un mondo coerente, dove ogni cosa – noi compresi, prima di tutto – trovi la sua legittima collocazione. Se la sintesi così ottenuta, non è, però, davvero in consonanza con gli elementi presenti, non solo non rende ragione di essi, ma si muta in operazione violenta di indebita semplificazione nella quale, poi, non possiamo riconoscerci.

Non sappiamo verso quale destino si sta muovendo l’Europa, non sappiamo cosa di noi sopravviverà e che cosa dovremo lasciare per sempre alle nostre spalle, irrimediabilmente consegnare all’inarrestabile precipitare del tempo. E forse non ci consola nemmeno molto, in assenza di qualsiasi possibile conoscenza del futuro, pensare che il dolore della separazione è sempre connesso alla fatica di ogni nuova creazione.

Una creazione dove il sapere, il frutto della nostra storia, potrà essere arricchito da nuove e diverse sapienze, illuminando, con la sua stessa fragilità, misteriosi ed imprevedibili, mai descritti sentieri.