commento di Nicoletta Massone
fonte La Repubblica

La notizia

Dall’otto al dieci ottobre si è tenuto ad Abano Terme e per la prima volta in Italia il quinto World Skeptics Congress, dedicato al tema Misteri risolti. Il congresso, promosso dalla CICAP (Comitato per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale), ha offerto lo spazio per un incontro ed un confronto tra i massimi studiosi mondiali di tutte quelle notizie che, pur risultando apparentemente incredibili, riescono ugualmente ad avere considerazione e diffusione nelle diverse comunità sociali del nostro pianeta. Come possono propagarsi leggende così totalmente false? Che cosa ci guadagna chi le mette in circolazione? Quali i principali danni che possono provocare? Queste ed altre sono le domande cui i congressisti – filosofi, astrofisici, chimici, neurologi, ma anche prestigiatori ed illusionisti – hanno cercato di dare una risposta, ben consapevoli dell’attualità e della vastità del fenomeno affrontato. Tanto è vero che i lavori congressuali sono terminati con un nuovo appuntamento per altro convegno che si terrà questa volta a Torino il sei e sette novembre, dal titolo: Voci, bufale, leggende metropolitane nell’era di internet.

Repubblica, 7 ottobre 2004

Il commento

Notizie apparentemente poco credibili, vengono tributate, contrariamente ad ogni aspettativa, di larga diffusione; un considerevole numero di persone le accettano, senza manifestare dubbi o perplessità di alcun genere, al punto che essi stessi diventano, poi, divulgatori presso altri dell’informazione sentita. Grazie ad internet, inoltre, le favole metropolitane si veicolano molto più rapidamente, al punto che sono nati appositi siti che possono aiutare nella discriminazione.

Le leggende sono dei generi più disparati: nel deserto dell’Iraq esisterebbero giganteschi ragni urlatori, aggressivi e carnivori che, quando mordono, iniettano una sostanza simile alla novocaina. I ristoranti di Taiwan, invece, tra le loro specialità possono offrire carne di neonato e, per le tasche dei meno facoltosi, ci sono prodotti inscatolati con tanto di etichetta che illustra il contenuto: cervello di piccolo uomo. Esistono, poi, i gatti bonsai, allevati in vasetti di vetro al fine di ottenere le dimensioni desiderate; ovviamente, le sofferenze dei gattini prescelti sono inaudite, pari solo a quelle delle giovani giapponesi che la tradizione voleva costringere a misure ridotte, per fortuna solo limitatamente ai piedi. Spostandoci dall’altra parte del pianeta, troviamo un’agenzia statunitense – Hunting for Bamby – che propone safari dove, in parchi protetti destinati alla caccia, si spara a donne nude con proiettili di vernice.

Non è poi da dimenticare un vero e proprio cucciolo di drago, alto ben trenta centimetri, conservato in un vaso di formalina sin dal 1890. Come non si può certo tacere il fatto che sono presenti aghi all’HIV nelle poltrone dei cinema oppure virus che colpiscono anche a computer spento, oppure ancora che gli squilli a vuoto del cellulare si pagano…

Sembra infinita ed inarrestabile la quantità di notizie del tutto infondate che invadono e si stratificano nel bagaglio informativo che ogni giorno ci raggiunge. Tra l’altro, la difficoltà di selezione aumenta considerevolmente quando, come nella maggior parte dei casi, la notizia falsa si mescola ad altre vere, diventa solo piccolo segmento di un’intera parte, dove “il confine tra realtà e fiction – dice l’articolista Laura Laurenzi – diventa uno zig zag del possibile”.

Ci sorprendiamo a sorridere, siamo del tutto certi che noi non crederemmo mai a fantasie del genere, ma finiamo con l’avvertire anche una malcelata inquietudine. In realtà, ci sembra di muoverci in un’atmosfera nota, abbiamo l’impressione di incontrare un modo caratteristico che la mente utilizza per pensare la realtà. Non possiamo non ricordare, per esempio, l’infinita letteratura sulle possibili forme di vita al di fuori della terra: libri, film, spettacoli televisivi guardati con sufficienza eppure con una sotterranea, pervasiava e puntuale partecipazione. Sono tutte favole, certo, eppure favole avvincenti, in grado di catturare l’attenzione e il desiderio.

Verrebbe da pensare ad un estremo tentativo di controllo: quello che non possiamo conoscere, proprio per questo ci suscita inquietudine. Certi pensieri, come quello degli extraterrestri, non hanno nessuna esperienza, nessun dato certo cui appoggiarsi, eppure potrebbero indicare un’esistenza. L’estrema indeterminatezza, però, non rimane tale, ma si riempie subito di immagini precise e tangibili: ci sono i marziani, sono verdi, gommosi, affettuosi e feroci e vogliono sterminare la razza umana per soggiogare la terra.

Non sapere e non poter sapere colma d’angoscia insopportabile; c’è qualcosa di non catalogabile, che non rientra nel quadro di senso che abbiamo provveduto a costruire circa il mondo che ci circonda. E se c’è qualcosa che sfugge, provincia barbara e oscura, allora, forse, tutto il sistema di significati è minato nella sua radice, corriamo il rischio di vedere incrinate le nostre certezze, la nostra sapienza, la sicurezza con cui possiamo muoverci nella vita.

Non solo: non poter sapere intorno a qualcosa diventa icona, marchio scomodo e bruciante, di un ben più doloroso non sapere, ineludibile e tragico aspetto della dimensione umana: di noi, in realtà, non conosciamo nemmeno il perché, il senso ultimo della nostra nascita come ignoriamo il significato della nostra finitudine. Ogni spazio di mancanza di consapevolezza si apre, probabilmente, su questa primaria assenza e ne risuona.

Sfuggire a tale inquietudine, potersi immaginare come struttura perfetta che contiene, quale dotazione originaria, ogni sapienza del tempo e della materia, è sogno irrinunciabile dell’uomo. Sogno rappresentato da innumerevoli immagini come quella mitica del dio provvisto di ali infinite su cui sono disseminati migliaia di occhi; un solo battere delle ali genera la perfezione della conoscenza. Già il pensiero classico aveva sviluppato il progetto di un’opera scientifica che potesse convalidare tale aspirazione di compiutezza. Le Antichità di Varrone sono andate perdute, ma Agostino era ancora riuscito a consultarle e aveva formulato il desiderio di una raccolta simile per l’interpretazione delle Sacre Scritture. Il Medioevo ha cercato di dare compimento a tale proposito: Isidoro di Siviglia compila le Etimologie, Beda il Venerabile il suo De rerum natura. Nel IX secolo abbiamo, invece, il De rerum naturis di Rabano Mauro mentre, all’interno di tale genere, l’opera più rappresentativa del XII secolo è, forse, il De imagine mundi di Onorio d’Autun.

Da essa apprendiamo che la superficie della Terra si distribuisce in cinque zone di cui solo una è abitata dall’uomo ed è divisa dal mar Mediterraneo in tre parti: Europa, Africa ed Asia. Quest’ultima prende il nome da una regina ed è la prima regione ad est, partendo dal Paradiso Terrestre. Sulle montagne della parte dell’Asia denominata India, vivono i Pigmei che sono alti due cubiti, si riproducono a tre anni di età e ad otto sono vecchi. Nelle vallate, invece, ci sono i Macrobi che combattono contro i grifoni, animali pericolosi con il corpo di leone e le ali dell’aquila. Altri popoli ancora, uccidono i loro parenti anziani, li fanno cuocere per mangiarli e considerano empio chi si rifiuta di farlo. Non bisogna, poi, dimenticare la popolazione degli Sciopodi che, su un piede solo, corrono più veloci del vento e, con questo stesso piede, si riparano dal calore del sole. Ma ci sono anche uomini senza testa, con gli occhi sulle spalle, il naso e la bocca sul petto. Alcuni vivono del solo profumo di un certo frutto e se viaggiano, lo portano con sé; sono molto fragili poiché un cattivo odore è sufficiente a farli morire.

Metodo scientifico universalmente accolto all’epoca, era quello dell’etimologia delle parole; partendo dall’assunto che i nomi sono stati dati alle cose per esprimerne la natura, si affermava di poter conoscere, a ritroso, qualsiasi cosa sulla sola base del nome o meglio, del significato primitivo del nome. Tale metodo, in realtà, non fu abbandonato molto presto e ancora Shakespeare, nel XVII secolo, si divertiva con l’etimologia di mulier: mollis aer.

Alla spiegazione etimologica, si univa l’interpretazione simbolica secondo la quale gli esseri sono semplicemente dei segni che esprimono significati in ordine alla concezione generale del mondo. Il significato simbolico delle cose era di un’importanza tale che ci si dimenticava, talvolta, di verificarne l’esistenza. La fenice, ad esempio, era un simbolo talmente prezioso della resurrezione di Cristo che non si pensava nemmeno di chiedersi se esistesse.

Proprio l’interpretazione simbolica sembra permettere il riferimento ad un altro importante fattore, anch’esso, con tutta probabilità, collegato alla produzione delle notizie “incredibili”.

Questa volta non si tratta solo del desiderio di possedere ogni sapere, quanto del bisogno di rappresentazione che sembra insito alla nostra esperienza emotiva.

Sicuramente nessuno di noi ha mai incontrato un drago in carne ed ossa, ma un qualsiasi litigio può averci spaventato. Nello “scontro”, l’altra persona, a volte, ci è sembrata potente e minacciosa e le sue parole ci hanno ustionato come lava incandescente. Non solo: ci siamo anche spaventati della nostra rabbia incontenibile e feroce, ci siamo sentiti terribili, pieni di un fuoco distruttore pronto a riversarsi su chi ci circondava.

Nella nostra esperienza, il drago esiste davvero, è l’immagine di una costellazione di affetti particolarmente pregnante ed angosciante.

Da questo punto di vista, allora, probabilmente è rassicurante pensare ad un cucciolo di drago: se anche orchi e draghi generano piccoli, prendendosene cura e facendoli crescere, forse persino l’odio più devastante può essere abitato dalle dimensioni della cura e dell’affetto. Forse anche noi, come i draghi, possiamo controllare la nostra rabbia e manifestarla solo in circostanze ritenute utili per realizzare una protezione di noi stessi e degli altri.

Analoghe osservazioni si potrebbero condurre per gli aghi all’HIV nelle poltrone dei cinema o per gli squilli a vuoto del cellulare che sarebbero a pagamento.

Quante volte abbiamo l’impressione di non poter mai abbassare la guardia, di dovere sempre tenere tutto sotto controllo perché il mondo che ci circonda è solo ingannevolmente amico; ci lusinga e ci illude con la promessa di appagamenti apparentemente a portata di mano e direttamente fruibili, ma proprio quando ci abbandoniamo con totale fiducia ad ogni attraente prospettiva, ci aspetta la varco, irridente, con la più aspra tra le frustrazioni. L’amarezza è incontenibile come la rabbia nei confronti di noi stessi che così ingenuamente abbiamo immaginato una realtà accogliente rispetto ai nostri desideri.

Anche in questo caso, la poltrona avvelenata è profondamente esistente in quanto simbolo di ogni abbandono non riuscito, della fiducia tradita. Il dolore dell’esperienza resta dentro di noi come il segno di una malattia che contamina la mente, malattia che spesso temiamo e viviamo come incurabile.

Potremmo procedere in questo modo per tutte le notizie di cui abbiamo raccontato: quante volte avremmo voluto “fare arrosto” le persone cui siamo maggiormente legati per poi, magari, cibarcene, distruggendo, in tal modo, un legame troppo soffocante e costringente, senza perdere, però, la forza e le doti di cui gli altri ci sembravano depositari. E quante volte un profumo sentito nell’aria ci ha irreparabilmente commossi, condizionando l’umore di un’ora o di molti giorni?

Attraverso le notizie impossibili, è come se cercassimo di dire che sono le nostre esperienze emotive quelle dotate di maggiore “concretezza” e “realtà”, anche se non le vediamo e non le tocchiamo mai. I nostri sensi non hanno modo di trovarle, raccontarle, presentarle ai nostri occhi. Eppure la nostra esistenza dipende interamente da esse, molto più che dagli oggetti concreti che ci circondano.

Le storie che abbiamo sentito, le notizie fantastiche, assomigliano ad una irruzione della nostra anima nel mondo della materia, la nostra anima che ogni giorno si stupisce di essere immateriale e chiede perentoriamente una tangibilità al mondo delle cose, sotto la spinta imprescindibile dell’esigenza di un’incarnazione.