commento di Nicoletta Massone
fonte La Repubblica

La notizia

In un articolo dell'ottobre scorso, Umberto Galimberti ci informa di come anche in Italia stiano nascendo corsi di laurea, scuole e centri di consulenza filosofica. La domanda intorno al significato dell'esistere non è, secondo l'autore, questione attinente alla psicoterapia e non si riferisce esclusivamente all'area del patologico, bensì riguarda un terreno più generalmente umano che non può eludere l'interrogativo circa il senso del suo essere e del suo destino.

La Repubblica, 22 ottobre 2003

Il commento

Uno scritto apparso un po' di tempo fa su Repubblica e messo da parte per la riflessione. Articolo inaspettato, quello di Galimberti. Ci sentiamo ricondotti alla tensione dolorosa dell'adolescenza, quando la sete di sapere e di assoluto riempiono imperiosamente ogni attesa e rendono estremo ogni bisogno. Non è facile immergersi nuovamente in una così scomoda condizione emotiva e nemmeno è semplice assumerla nella sua verità: il desiderio di sapere chi siamo ha la sua radice prima, come domanda, proprio nella constatazione della finitudine della vita.

Forse per la prima volta questo dato ci si impone nella sua irrinunciabilità proprio quando ci apprestiamo a lasciare per sempre la condizione di bambini. Amaro dono e inattesa responsabilità.

Che senso possono avere le regole, i divieti e le richieste del mondo, se proprio il mondo, e noi con esso, è destinato a finire? Se la nostra vita ha un termine, perché non rubare e uccidere, perché sottomettersi ad autorità incomprensibili … in vista di quale guadagno, in ragione di che cosa?

Come sfuggire ad un'esistenza in cui il rispetto può essere solo timore della diversità, stanca e trascinata abitudine? Per non uscire e nemmeno farsi perseguitare dal branco, condannarsi alla ripetizione di gesti vuoti, meccanicamente preordinati. Non ci sarà altro tempo per noi, per essere quello che siamo e per sentirci felici.

La sotterranea inquietudine che accompagna queste domande non è sinonimo di patologia, dice Galimberti, la richiesta di senso non riguarda l'ambito terapeutico, ma è territorio della filosofia, nella misura in cui si dirige verso qualcosa che è proprio dell'uomo in quanto tale. La psicoterapia, e in particolare la psicoanalisi, da sempre luogo di accoglimento di una richiesta di chiarificazione circa se stessi, gioverebbe, invece, di un contatto più diretto con il mondo delle idee; proprio la psicoanalisi, invece, si è tenuta troppo distante dalla filosofia, impedendosi crescite ed arricchimenti.

Galimberti sembra sottolineare come la psicoterapia abbia, forse, appiattito il disagio nell'area della patologia - sintomo e parola di identità imperfette - non svincolando da questa la forma di inquietudine strutturalmente appartenente alla condizione umana in quanto legata alle coordinate della contingenza. Dovrebbe esserci una maggiore distinzione ed autonomia dei distinti ambiti, ma l'impresa non è semplice, visto che, poi, è ancora Galimberti a parlare della religione come di una "poderosa terapia di massa" e della filosofia quale ricerca non solo di sapere, ma anche di saggezza ispiratrice di una pratica di vita.

"Nessuno abita l'universo, ma la sua visione dell'universo. Il senso della nostra esistenza dipende dalla chiarificazione della visione del mondo, responsabile del nostro agire, soffrire, gioire."

E' una prospettiva – potremmo persino dire una pretesa – a lungo coltivata dal cuore: che la decifrazione del nostro esistere faccia discendere da sé i criteri della morale, dell'emotività, della convivenza civile. Come nei grandi sistemi della filosofia greca, la metafisica precedeva e giustificava le concezioni etiche, politiche, psicologiche.

La morte illumina la vita: se la morte ha un senso, anche la vita lo possiede.

Ancora oggi potremmo desiderare che le caratteristiche del fondamento assoluto, dell'essere che non può non essere, conformino di sé l'inestricabile confusione dell'umano. Potremmo voler sapere che questo mondo che abitiamo, così continuamente sottoposto al cambiamento e al finire: la pioggia, il vento, la lava dei vulcani, il caldo torrido, la sabbia del deserto, quella che inizia è l'ultima primavera per me, i primi mandarini profumati; questo mondo è il volto, la testimonianza e la metafora del Dio che è da sempre e per sempre, che per amore ci ha dato terra, pioggia e dolore.

Ogni cosa cessa di essere angoscia aperta sulla non conoscenza, diventa volto nascosto, ma sensibile di un essere che vuole avere a che fare con noi e che conosce il nostro nome.

La filosofia, però, è fatta di concetti che, per loro natura, sono universali, illuminano l'esperienza sensitiva solo per i caratteri generali, mentre la concretezza è destinata, inevitabilmente, a sfuggire. Dice Pascal:

"Che farà, dunque, l'uomo, all'infuori di scorgere qualche apparenza di ciò che vi è di intermedio tra le cose, in una eterna disperazione di poter conoscere sia il loro principio, sia la loro fine? […] Eppure bruciamo per il desiderio di trovare un assetto stabile ed una base ultima, ben consistente per edificarvi una torre che s'innalzi all'infinito, ma ogni nostro fondamento si screpola, e la terra si apre sino agli abissi."
(Blaise Pascal, Pensieri).

La trama, fitta e fragile, del nostro esistere sembra abbandonata a se stessa, solo nell'impalcatura illuminata ed attraversata dai trascendentali dell'essere; il suo contenuto, così specifico e determinato, resta ineffabile. Per noi, però, proprio la specificità è importante, è delle mille e mille specificità che corriamo il rischio di morire.

Potremmo dire, con Tommaso D'Aquino, che "l'oggetto proprio dell'intelletto umano nella vita presente è la quidditas rei materialis", la natura più intima delle cose materiali, da cui dipende, ad ogni istante, il nostro sentire e il nostro agire. (Summa Theologiae, I, q. 84, art.7)

La nostra anima si rabbuia per un saluto mancato, frettoloso, freddo; perdiamo sicurezza per uno sguardo un po' più duro ed irridente; il timore ci assale per un ritardo imprevisto, per una dimenticanza fortuita. Un bicchiere che cade riempie del suo fragore e dei suoi frantumi mille minuti, una risata allaga di calore la moltitudine dei sogni.

Il nostro equilibrio è delicato, ci basta, come dice ancora Pascal, un vapore per fare morire l'anima e la sua speranza. Siamo alle prese con questo doloroso bilanciarsi ogni minuto dei nostri giorni, tesi a trattenere e proteggere la centralità di un bene e di un senso da cui partire per continuare a vivere e a costruire nuovi significati.

"All'improvviso oggi ho capito, con un'illuminazione segreta, di essere stato derubato dal poter esistere prima che esistesse il mondo. Da una botola appesa lassù sto precipitando per uno spazio infinito, in una caduta senza direzione.

La mia anima è un maëlstrom nero, una vasta vertigine intorno al vuoto, un movimento di un oceano senza confini intorno ad un buco nel nulla, e nelle acque, che più che acque sono turbini, galleggiano le immagini di ciò che ho visto e sentito nel mondo: vorticano case, volti, libri, casse, echi di musiche e spezzoni di voce in un turbine sinistro e senza fondo. E io, proprio io, sono il nulla intorno a cui questo movimento gira, la fine di tutti i mondi che fluttua oscuramente al vento, senza un Dio che l'abbia creata, senza neppure se stessa che sta girando nelle tenebre delle tenebre. Mia madre è morta molto presto e io non l'ho conosciuta …"
(Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine)

Niente è mio, nemmeno i miei pensieri e le cose che vedo o sento, dice Pessoa, tutto è insignificante, privo di peso e misura nel nulla che sono perché, per lunghissimi strazianti momenti, troppo lunghi per lasciare spazio al futuro, non c'era nessuno a guardarmi e io non sono stato per nessuno. L'assenza si è fissata al centro dei pensieri ed ha preso la forma di una incarnazione: sono quel nessuno che è stato con me, sono questa costante discesa agli inferi, questo muto abbandono, porto sulle spalle la vergogna di non essere stato degno di una compagnia, forse la colpa di avere distrutto quella compagnia.

"Padre, se anche non fossi il mio
padre, se anche fossi un estraneo,
per te stesso ugualmente t'amerei.
Ché mi ricordo di un mattino d'inverno
che la prima viola sull'opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l'appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

[…]

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi un uomo estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
per il tuo cuore fanciullo ti amerei.
(Camillo Sbarbaro, da Pianissimo)

Il muto e meccanico scorrere delle stagioni è trasformato da un cuore fanciullo che ricrea il mondo inanimato e lo rende pianeta familiare, attraversato dalle coordinate dell'affetto, del ricordo e del dono. Qualcuno c'è e c'è per noi, ci salva dall'insignificanza del nulla, rende possibile la vita e la gratitudine.

Prima e accanto alla filosofia, l'esperienza del senso si costruisce nel commercio emotivo dei legami. É dai nostri legami che, come frutti, nascono i nomi di amore, speranza, gioia, morte, disperazione. Etichette di esperienze sensibili che si offrono a noi come zattere per navigare nel mai prevedibile caos dell'esistenza. A volte tutto questo può sembrarci imbarcazione anche troppo fragile, segno del nostro codice di dei decaduti, a volte desidereremmo più potente e dignitosa nave per attraversare il mare della vita.

Il rischio della metafisica, però, è che possa dimenticare l'umano e il suo linguaggio emotivo. Il dolore di Pessoa può non essere solo il volto dell'assoluto quando questi si presenta come imprescindibile assenza, ma anche il timore che una mancanza originaria condanni la vita all'insignificanza, la chiuda ad ogni nuova esperienza e ad ogni amore, consegnandola, prima del finire, ad una dolorosa morte affettiva.

Il rischio filosofico è che questo timore sia sottaciuto e soffocato da un dolore che si erige a sistema.

Una concezione teorica dove il fondamento ultimo, sia pure negativo e disperante, trasforma l'angoscia in un sapere definitivo, conferisce una pacificazione mentre toglie l'incompiutezza della mancanza di significato. Ma una tale pacificazione può spegnere il pensiero in se stesso, privarlo dell'energia che lo spingerebbe a cercare nei rapporti il senso possibile di un diverso esistere; gli altri, infatti, non hanno più niente da offrire, sono già stati spiegati ed interpretati, tutto è conosciuto, tutto è compiuto.

Forse il ricorso ad un sapere sicuro e definitivo nella sua assolutezza, è un modo per sfuggire proprio al costante decentramento, alla miseria del bisogno degli altri, della loro tenerezza e della loro comprensione per fondare la nostra forza di vivere.

Dice ancora Pessoa:

"Com'è lontano! …
(Nemmeno lo ritrovo …)
Il tempo in cui festeggiavano il mio compleanno!
Quel che sono oggi è come l'umidità nel corridoio in fondo alla casa,
Che affiora alle pareti,
Quel che sono oggi è la casa di coloro che mi amarono che trema attraverso le mie lacrime,
Quel che sono oggi è il fatto che abbiano venduto la casa,
É che siano tutti morti,
É che io sopravviva a me stesso come un fiammifero freddo …"
(Fernando Pessoa, Il compleanno)

Forse non è un caso che nel nostro tempo, così profondamente segnato dall'incertezza, dove nulla di consolidato sembra sopravvivere ed è sempre più alta la richiesta al singolo di essere referente a se stesso, si chieda e si ricerchi un sapere definitivo, solido, la parola pacificatrice di un sistema.

La famiglia non dura più tutta la vita, ma è quasi diventata prassi quella di un matrimonio che si scioglie e che è seguito da nuove unioni e nuovi figli. Anche il lavoro è sempre a termine, flessibile, contemporaneo, spesso, ad altre occupazioni. L'impegno civile e sociale è contenitore debole e frammentato: associazioni e partiti nascono e muoiono molto velocemente, finendo per assomigliarsi tutti. Le coordinate politiche sembrano essere internamente corrose dalla primitiva e brutale legge del più forte …

Non è semplice trovare ugualmente un orientamento per il proprio agire e le energie per reggere l'affanno degli infiniti cambiamenti di ruolo.

Non è, forse, un caso, allora, che più urgente si senta l'esigenza di una consulenza filosofica, apparentemente in grado di dirimere la complessità e capace di fondare un'immagine di noi stessi priva di lacerazioni, potente, dipendente solo dal fondamento ultimo di tutte le cose.

Questo potrebbe condannarci, però, a coltivare e proteggere solo di nascosto – la vergogna di un troppo terrestre dipendere - quel senso che ci viene dagli altri, senza i quali ci sentiamo "fiammifero freddo sopravvissuto a se stesso".

È solo a partire da tale senso che possiamo esistere e farci domande, persino quella sul significato del nostro essere, contaminato inevitabilmente da un misterioso e non atteso finire.

Se è necessario, dunque, che la psicoterapia non appiattisca nell'area della patologia un aspetto dell'inquietudine che appartiene allo statuto dell'uomo, è altrettanto importante che la filosofia non si proponga come sapere esaustivo che finisce per sostituire, nella sua omnicomprensività, anche l'ambito psicoterapeutico.

In questo modo, sarebbe il mondo stesso delle emozioni e del significato racchiuso nel loro accadere, a venire reso marginale sino all'annullamento, rispetto al codice conoscitivo della dimensione filosofica.

Da questo punto di vista, il sorgere dei centri di consulenza filosofica potrebbe essere letto come segno di un'estrema fragilità della società in cui viviamo, priva delle risorse per affrontare il disagio testimoniato e rimandato dalla concretezza emotiva, per questo affannata nella ricerca di una conoscenza in grado di conoscere e controllare tutto.