commento di Daniela Brambilla
fonte Il Corriere della Sera

La notizia

Chiude Ground Zero, New York torna alla vita. Con tre mesi di anticipo, il cantiere sorto sulle macerie del Word Trade Center ha completato i lavori.
Il Corriere della Sera, sabato 12 maggio 2002

Il commento

Tanti drammi e tante questioni aperte hanno occupato in questi giorni la nostra mente, ma voglio prendere lo spunto dalla fine di un incubo, da un cantiere che si chiude per cominciare a costruire.
Tra meno di due settimane, Giovedì 30 Maggio, dal cratere profondo 7 piani, dov'era il Word Trade Center, verrà portato via l'ultimo carico e il cantiere chiuderà.
Adesso il tempo deve ripartire, e deve ripartire proprio da lì, da questo spazio vuoto che sembra paradossalmente più piccolo, come capita nelle case senza mobili.
Dal 30 maggio comincia il domani, sul domani le famiglie dei 2823 morti innocenti, hanno le idee chiare.
Considerando Ground Zero un'area sacra, vorrebbero che rimanesse il vuoto, e che se costruire si deve, si costruisse solo un grande Memoriale.

Ma a progettare il futuro dell'area sono al lavoro quindici gruppi di ingegneri e architetti che presto sottoporranno i loro piani alla Lmdc (Lower Manhattan Development Corporation) la società voluta dal governatore Pataki per ricostruire. Pataki, che qui si gioca la rielezione, deve superare veti incrociati e scontentare meno gente possibile. La vita va avanti e insieme alla vita la corsa dei soldi e dei voti.
I sedici acri di Manhattan, in questa ricostruzione sembrano non poter contenere più né il dolore né i ricordi.
Lo spazio dove abitiamo, la città in cui viviamo non sono altro che una proiezione della nostra anima. Le Twin Towers che svettavano potenti, sembravano toccare il cielo, sembravano soddisfare l'anelito dell'uomo ad elevarsi verso l'alto.
Dalla costruzione della prima piramide, Azteca o Egiziana che fosse, l'uomo ha sempre cercato di costruire verso l'alto, sperando così di superare se stesso e la sua finitezza.
L'11 Settembre 2001 due jet dirottati da terroristi di Al Quaeda si schiantavano contro le Twin Towers, che con la loro imponenza erano il simbolo del potere economico occidentale.
Ora il 30 maggio si tratta di portar via da quell'area l'ultimo carico, ma mi chiedo se insieme a quell'ultimo carico se ne andrà anche il ricordo della rabbia e della violenza che ha reso possibile tale gesto? Sarà, mai possibile cercare di capire come mai tutto questo è accaduto?

Il grande Memoriale che si vorrebbe costruire sopra a quel vuoto lascerà l'anima libera dall'odio? Un memoriale ricorderà ad ogni parente dei caduti la dolorosa perdita subita, è una richiesta più che legittima, ma forse può far ricordare solo un aspetto di questa tragedia, può ricordare la perdita di vite innocenti, ma non il conflitto soggiacente che ha fatto sì che questo accadesse. Ognuno chiuso nel suo dolore potrebbe continuare ad odiare chi gli ha provocato tanta pena. Certamente, cancellando il dolore si potrebbe tornare a ricostruire verso l'alto, forse si potrebbe far meglio, forse due torri più alte potrebbero alzarsi verso l'infinito, ma ripristinare la situazione precedente non assomiglia ad una coazione a ripetere lo stesso errore nel tentativo di riparare? Tornare a ricostruire è un atto creativo…

"L'attività artistica è dunque intesa come un'attività riparativa che ri-crea i propri oggetti, li esteriorizza e li separa da sé, dando loro una nuova realtà, ma costruire significa scoprire nuove relazioni tra gli oggetti, e questo rappresenta un aspetto particolare della conoscenza"(Mancia 1990)

E quindi forse mi chiedo se non si debba continuare a scavare, ma non per recuperare corpi o resti di corpi, ma provare a scavare nella profondità dell'animo umano nell'odio tra gli uomini. Forse scavando si potrà capire come l'esibizione della propria potenza ad un certo punto crolli se non supportata da solide radici, e forse si potrà capire come l'odio per chi ha più potere di noi, ci rende simili a lui e capaci delle stesse crudeltà.
Il 30 maggio, quindi, l'ultimo carico si allontanerà e rimarrà il vuoto, un vuoto senza parole che se si riuscirà a tollerare cercando di controllare l'ansia di riempirlo con parole gesti e costruzioni potrebbe aiutarci a capire.

Scrive Henry David Thoreau in Walden o la vita nei boschi "Sul tavolo tenevo 3 pezzi di calcare, ma rimasi atterrito al pensiero che avevano bisogno di essere spolverati ogni giorno, mentre il mobilio della mia mente era ancora pieno di polvere. E disgustato li buttai fuori dalla finestra."