commento di Floriana Betta
fonte La Repubblica

La notizia

Marzabotto: dolore e vergogna, di Giorgio Battistini.
La Repubblica, giovedì 18 aprile 2002

Il commento

Mi ha colpita, nel titolo, l'abbinata ''dolore e vergogna'', ricordando , in automatica, le tante ''colpa e riparazione'' che passano nelle pagine della psicoanalisi. Sono passati 58 anni dalla strage di Marzabotto, 60 da quella di Baby Yar, Ucraina,-332.000 civili, vecchie ,donne e bambini, ammazzati col fucile mitragliatore , quindi a distanza di un metro e mezzo tra carnefice e vittima, distanza di una stretta di mano, perpetrata da 44 pompieri di Amburgo. Uno solo, uno, si era rifiutato -. Sottolineo questo dettaglio per significare meglio cosa richiamano a me, figlia di deportato dai nazisti, la parola dolore, la parola vergogna. Richiamano un magma emotivo che non è facile da elaborare. E che non trova nel gruppo sociale che ci contorna un apporto che lo renda maggiormente partecipabile. Dato che il gruppo sociale ha potuto vedersi sfilare sotto il naso un Kappler infilato per scappare in una valigia, un Rader agli arresti domiciliari, un Gross, psichiatra nazista ancora vivente e non perseguito dalla legge, pur essendo uno dei medici che ha fatto esperimenti sui bambini…

E ha fatto passare 58 anni prima di presentarsi a Marzabotto. Questa éntree non ha niente di psicoanalitico:se non l'emotività viscerale del dolore di me, in posizione di paziente. Come se mi sentissi un paziente che parla di un dolore inesprimibile, quello dell'esser stato torturato e beffato dalla non comprensione , dal non ascolto dell'Altro. Credo che molto spesso il nazismo - con quei suoi aspetti di sadismo altamente organizzato in struttura ossessiva che, isolando e spostando l'impotenza e l'odio su questo o quell'oggetto da perseguitare- si sia ben prestato a rappresentare, nel mondo interno, gli aspetti più primitivi della distruttività psicotica. Gli aspetti distruttivi di quella parte arcaica, non integrata e, pertanto, disintegrante, che si organizza nell'affetto dell'odio, e lo cavalca, rendendolo, tragicamente, l'unico linguaggio realistico disponibile.

Il nazismo sembra esemplificare magistralmente quello che tutti gli autori sottolineano come nocciolo della perversità psicotica: la trasformazione, attraverso vari meccanismi, dall'erotizzazione, all'idealizzazione, di qualcosa che ha a che fare con un'impotenza estrema, con un senso di morte inelaborato, e che viene, appunto, trasformato in qualcosa di opposto, di onnipotente, di persecutorio. E' la vergogna, di cui parla l'articolo, che , forse, nella migliore delle ipotesi, ha bloccato per 58 anni la capacità di elaborazione della colpa in un intero popolo e nei suoi rappresentanti. E' vero quello che il presidente tedesco Rau ha detto a Marzabotto, che la colpa personale resta quella di chi ha commesso gli eccidi, mentre le conseguenze di quella colpa le devono affrontare le generazioni successive. E' vero anche che, purtroppo, come ha scritto in tanti libri Primo Levi, le conseguenze psichiche della colpa le devono affrontare tanto le generazioni delle vittime, quanto quelle dei carnefici. Certe colpe, per la difficoltà, a mio parere, che innescano a livello del processo della separazione e, quindi, del perdono, della riparazione, hanno un effetto angosciosamente mortifero. In questi giorni i giornali parlano di altri eccidi, di altro odio, non si parla d'altro, infine, che di odio, a parte le '' distrazioni '' sulla mamma di Cogne, o sui prelati pedofili del mondo cattolico… Ma voglio sottolineare anche qui, che l'odio nazista contiene in sé un nocciolo del tutto speciale, a tutt'oggi differenziante il nazismo dal resto del capitolo della distruttività umana: quello dell'aver organizzato in struttura produttiva l'odio e la tortura.

E' questo che, secondo me, rende il nazismo più simile alla struttura psicotica perversa, che non solo esprime odio, ma lo organizza e lo trasforma in una idealità che lo snatura. Come se, oltre la distruttività, contenesse quegli aspetti delinquenziali e perversi, che, come si vede anche nei pazienti, differenziano l'atteggiamento di richiesta di cura. Uno psicotico che chiede aiuto per la violenza estrema delle sue parti aggressive, chiede aiuto. Il delinquente, il perverso no. Agiscono sull'altro il problema del dolore mentale, facendolo diventare un non problema per loro stessi che, anzi, non lo sentono. La vergogna per la loro impotenza ad essere animati da sentimenti di sollecitudine e, di conseguenza, di pietà, di solidarietà, non viene sentita e viene capovolta in esibizionismo e senso di trionfo per l'onnipotenza che possono esercitare. Questa, credo, è la ragione per cui è così difficile elaborare questa angoscia di morte, sia da parte dei colpevoli e loro eredi, che negano, disconoscono, minimizzano l'accaduto, sia da parte delle vittime e loro eredi che, al contrario, non riescono in modo altrettanto patologico a staccarsi da questo senso di esser stati beffati e segnati dalla sofferenza.

I primi negano, i secondi non riescono a rimuovere, ad esercitare quella rimozione fisiologica e benefica che permetterebbe di essere meno preoccupati e angosciati, o meno viscerali e rimuginanti. Che consentirebbe di ricordare quel che basta per operare un monito etico e una sollecitazione ad impedire, politicamente, per quel che si può, il rinnovarsi di situazioni consimili. Ma che consentirebbe, altresì, di non perpetuare dentro di sé schieramenti oppositivi di stampo istero-paranoicale che, me ne rendo perfettamente conto, sfiorano, prima ancora che la patologia, il ridicolo. Dolore e vergogna , dicevo, mi hanno richiamato, come in opposizione, l'abbinata colpa e riparazione. Dolore e vergogna parlano ancora un linguaggio greve e distruttivo, un linguaggio di angoscia, di pena, di morte. Al contrario, colpa e riparazione contengono un riconoscimento della distruttività che apre alla speranza di una ricostruzione di qualcosa, almeno.

Una speranza che il dolore mentale e non, una volta attraversato ed elaborato, possa aprirsi alla prospettiva progettuale di un riparare attraverso l'assunzione della responsabilità.

Responsabilità intesa come momento di separatezza necessaria ad individuare ciò che si è sentito e si è fatto per mantenerne sufficiente memoria a consentire un utilizzo per progettare in modo diverso. Se i tedeschi hanno fatto passare 58 anni- un tempo davvero lunghissimo, in questa nostra era delle accelerazioni - per recarsi a Marzabotto, non possiamo solo imputarlo alla loro malafede. Credo che sia stato indispensabile un tempo lunghissimo per districarsi proprio dalla vergogna, non tanto dalla colpa. La vergogna è, a mio parere, il rovescio della medaglia di quel sentimento narcisistico primitivo della distruttività; sentimento che fa capo ad un'idealità perversa in entrambi i versanti. L'esperienza di spaventosa passività scatenata da un vissuto d' impotenza, che ha portato, negli anni trenta-quaranta, all'emotività nazista e che li ha portati a viversi claustrati in una Germania troppo angusta, è simile al vissuto di passività del perverso di fronte ad una madre arcaica sentita come pericolosa, distruttiva, irraggiungibile, nociva.

I nazisti, come i perversi, hanno cercato di disumanizzare il corpo, trattando civili, ebrei, handicappati come esseri sub-umani, e quindi sollevandosi dal senso di colpa ad infierire su di loro. Proteggendosi anche dal problema della loro stessa vulnerabilità e dal confronto con gli altri esseri umani. Come il perverso, hanno poi suscitato un'ostilità incontenibile a giustificazione e sostegno di questo progetto di disumanizzazione dell'altro. E, terzo meccanismo di difesa perverso, hanno tentato -si pensi ad Auschwitz - di abolire, omogeneizzando l'Uomo a numero e a produttore di lavoro, capelli e denti, di abolire l'individuazione e la differenza. Perché lasciare delle differenze e delle qualità individuali all'Altro può scatenare un vissuto di dolorosa curiosità, d'amore e di confronto. Ma la vergogna, che per più di cinquant'anni, ha impedito loro un gesto pubblico di riconoscimento e di riparazione , anche la vergogna omogeneizza tutto e rende disumani. Rende, cioè, incapaci di quell'ascolto che, pur sentendosi colpevoli, forse solo può dare all'Altro il senso di essere accolto e capito nelle sue difficoltà.

La vergogna, invece, pur essendo un sentimento penoso per chi la prova, non dà alcun sollievo, alcuno spazio, all'Altro che, anzi, non solo deve elaborarsi le sue ferite, ma deve anche sopportare l'orgoglio luciferino della vergogna altrui.