commento di Gianni Nobile
fonte Il Corriere della Sera

La notizia

Alla conferenza dell'Onu: Una società per tutte l'età organizzata in questi giorni a Madrid, hanno partecipato delegazioni di 160 Paesi con l'obiettivo di approvare un piano d'azione internazionale per far fronte alle conseguenze dell'invecchiamento globale e siglare una Dichiarazione di impegno politico. L'invecchiamento della popolazione è uno dei problemi principali che l'umanità deve affrontare nel XXI secolo. Un problema praticamente irreversibile a cui tutte le società dovranno adattarsi partendo per esempio con l'eliminare ciò che esclude o discrimina gli anziani.
Il Corriere della Sera, martedì 9 aprile 2002

Il commento

Secondo l'articolo riportato dal Corriere della Sera, la nostra società incomincia timidamente a fare alcune riflessioni su un aspetto della vita spesso rimosso e negato e cioè l' invecchiamento.
Durante gli ultimi decenni la cultura occidentale sembra essersi impegnata nella ricerca delirante ed onnipotente dell'eterna giovinezza: i valori dell'efficienza fisica, della produttività, della bellezza sembrano avere raggiunto una incontestabilità ed una assolutezza mai prima possedute.

Tutto ciò che può portare l'uomo a riflettere sui suoi limiti, sull'invecchiamento, la malattia, la morte, viene considerato inutilmente deprimente, non aderente allo spirito del tempo e quindi impopolare. La figura dell'anziano, con tutto il suo bagaglio d'esperienza, che strutturava fortemente le grandi famiglie patriarcali e il gruppo, è stata via via delegittimata e accantonata a favore di una trasmissione tra le generazioni asettica, in pillole, deprivata completamente di quella tridimensionalità che costituisce l'essenza di un sapere che non esclude le emozioni.

Infatti "noi discendiamo da una lunga serie di antenati umani e animali, per un'innumerevole successione di eventi casuali, incontri fortuiti, brutali catture, fughe riuscite, tentativi ostinati, migrazioni, sopravvivenze da guerre e da malattie. Per produrre ognuno di noi fu necessaria un'improbabile e complessa catena di eventi, una storia immensa che dà ad ogni individuo la sacralità della sequoia, a ogni bambino il capriccio del segreto." (Robert Nozick, La vita pensata in Le dimensioni della bioetica di Luisella Battaglia)

Se istintivamente, come accade, ci allontaniamo da chi è vecchio, neghiamo le nostre radici e questa operazione di apparente alleggerimento ci inaridisce vieppiù. Del resto, come dice Julien Green, "si rimane a volte terrorizzati nello scoprire se stessi in un altro", a maggior motivo se questo altro ci precede sulla strada del tempo.

All' anziano, smarrito il suo ruolo, non resta che difendersi dalla sofferenza ripiegandosi su se stesso e rinunciando a vivere pienamente, pur con le difficoltà legate ad un deterioramento fisico e mentale, quello spazio affettivo che ancora gli resta.

Gerard Le Gouès, nel suo libro "La psicoanalisi e la vecchiaia", in un certo senso ci rassicura circa il destino dell'anziano. L'autore analizza puntualmente i cambiamenti che la vecchiaia determina e le difese che un apparato psichico è in grado di organizzare per continuare a vivere al meglio.
Nei trattamenti psicoanalitici in condizioni estreme, che l'autore annovera nella sua esperienza, viene per esempio gettata una luce diversa sulla regressione, difesa a cui di solito gli anziani ricorrono. Il concetto di regressione viene capovolto, diventa un moto un moto dell'apparato psichico per ritrovare un piacere nel funzionare, come controbilanciamento della sofferenza. Ciò che prima appariva come un moto d'allontanamento dalla realtà è ora valutato come una reazione salutare, l'espressione del desiderio di vivere. L'autore propone inoltre un approccio terapeutico che possa offrire all'anziano indementito un invecchiamento più sopportabile, rivolgendo l'attenzione ai suoi aspetti vitali e allo stato della relazione d'oggetto. Il disorientamento dell'anziano a cui spesso si assiste come impotenti spettatori, non viene più considerato uno sconvolgimento, bensì uno sforzo enorme che il soggetto fa per riprendere contatto con il suo oggetto interno perduto. Il clinico offrendosi come oggetto ausiliario permetterebbe di dare sollievo all'anziano demente in questa sua faticosa ed estenuante ricerca. A questo proposito Le Gouès ritiene che durante il trattamento terapeutico abbia molta importanza un clima transferale di grande accoglimento e pazienza. Cautele necessarie poiché il paziente in alcuni casi vive uno stato di grande debolezza e spesso la vita attuale come un incubo carico di "agonie primitive" (Winnicott). In queste situazioni egli avrebbe bisogno di una funzione ausiliaria per far fronte alle angosce d'annientamento, un appoggio (l'analista) che lo rimandi al suo bagaglio affettivo consentendogli di verificare che i sentimenti dentro di sé non sono svaniti. Attraverso un cauto utilizzo dello strumento psicoterapeutico psicoanalitico si riuscirebbe -secondo l'autore- a ricompattare, magari anche solo per brevi periodi, alcune funzioni affettive e cognitive e quindi a trasformare ridimensionandole tutte le incomprensioni che possono esserci tra l'anziano demente e il suo ambiente. Questo lavoro di Le Gouès ci permette, cioè, di concepire un'ipotesi di cura anche per quell'età dell'essere umano più ricca d'esperienza da un parte e dall'altra più difficile da elaborare ed accettare, dal momento che dobbiamo vivere il lutto per aver perso stati di benessere precedenti e allo stesso tempo dobbiamo tollerare la consapevolezza che la nostra esperienza si scontra con il limite della vita.

"Ogni volta che un vecchio muore,
nel cielo si accende una nuova stella"
(Leggenda africana)