Anna Giurickovic Dato La figlia femminaAnna Giurickovic Dato,  La figlia femmina

Recensione di Isabella Donato, psicoterapeuta SPC

Entriamo nell’inferno dell’incesto familiare. Sappiamo degli abusi paterni sulla figlia fin dall’esordio della narrazione. Ma la storia, dopo l’esposizione del fatti in terza persona, è narrata dalla madre, il faro è puntato su di lei, che si interroga su come sia potuto accadere. Senza sconti e censure autoprotettive si viviseziona per capire cosa è accaduto, cosa ha trascurato e cosa ha cercato a tutti i costi di non vedere. E’ infatti una donna che si sente fragile, non vuole vedere le ombre, non tollera che gli altri le rimandino immagini disturbanti di sè e di chi ha intorno.

 

“Ad una madre si richiede sicurezza, pensavo, invece io mi sentivo come un’alga rimasta attaccata al suolo marino per un filo, che si muove ballerina nell’acqua e ogni onda che arriva potrebbe essere l’ultima.”


La figlia la inquieta fin da quando era una bambina: non è la zuccherosa icona della bambina tutta bambole e leziosaggini, trine e stupori infantili, ma è invece posseduta da una aggressività che le fa temere la follia. Così la tiene a distanza, la teme, la considera una punizione beffarda del destino e sempre più frequentemente la affida alle cure del marito che, lui solo, sa come trattarla, come domarla, con cui ha un rapporto speciale. Già, il marito, portatore di sicurezza e stabilità, ma capace di oscurità impenetrabile, anch’esso accettato fin dove arriva il proprio bisogno di certezze e rassicurazioni; tutto il resto è rifiutato, trascurato, omesso.

Ferenczi definisce il “terrorismo della sofferenza” ciò che subisce il bambino abusato : per mantenere un rapporto tale da ricevere tenerezza e sicurezza, il bambino è disposto ad assumersi le colpe degli adulti e divenire compiacente nei confronti dei loro desideri. In questo modo viene mantenuta una (buona) relazione, anche se l’adulto è disturbato.Possiamo così vederlo mettere in atto comportamenti come lo scomparire, il mimetizzarsi, usare il linguaggio della seduzione. La vittima sviluppa anche attitudini alla ipervigilanza ed alla estrema attenzione percettiva, emotiva, intuitiva che le suggeriscono i comportamenti per lei meno pericolosi. Inoltre, sottolinea come l’esperienza negativa non condivisa sia un fattore traumatico di particolare insensatezza e distruttività; è questo di cui parla il romanzo, non il trauma della violenza ma la negazione di questa come elemento estremamente patogeno; risultato di ciò sono “l’abbandono emozionale” e la “solitudine traumatica”, in cui la vittima è gettata dal disconoscimento del suo vissuto.
Non a caso il libro si apre con una scena in cui viene rappresentato il sacrificio di Isacco, un figlio immolato dal genitore.

Il romanzo si dipana attraverso due registri temporali e due luoghi, uno al presente, a Roma in cui la voce narrante, la madre, si confronta con la figlia adolescente; l’altro che risale alla vicenda familiare fin dagli esordi degli abusi a Rabat, luogo esotico pieno di agi ma anche di profonda solitudine e senso di estraniamento; la donna, anche se riesce a vedere l’immagine della figlia alla luce di una nuova consapevolezza, emotivamente ha empatia solo per la bambina che avrebbe potuto essere ma non è stata, e non per quella violata e, soprattutto, non per la donna, o meglio, ragazza, che è emersa da tutto questo, sfidante, provocatrice, seduttrice pericolosa. L’assenza del padre non crea una nuova vicinanza ma semmai amplifica la rabbia della giovane che sa che la madre continua a temerla come portatrice di pulsioni che non riesce a controllare; sa che la tiene a bada, colludendo con il suo isolamento e ritiro dal mondo dei suoi coetanei.
Allora ingaggia con lei una sfida e una tensione parossistica, che inchioda alla lettura per capire che esito avrà.
E’ una storia sbalorditiva per la capacità di dare fiato alla complessità e tragicità delle vicende di abuso familiare che coinvolgono ogni membro familiare senza distinzione, evitando la semplificazione binaria vittima-carnefice.

Lo psicoanalista Christopher Bollas ha descritto quanto la personalità della madre sia implicata nella dinamica incestuosa e quanto l’esito dell’abuso sia catastrofico per la mente della bambina “ bloccata in un mondo materno debole e non strutturato”, che si appiattisce nell’atto subito senza possibilità di elaborare la disperazione perchè “quando il padre violenta la figlia, la figlia non può giocare con lui nella mente. Il padre pone fino all’immaginazione.” E’ la distruzione della capacità simbolica, l’impossibilità a distinguere tra ciò che è immaginato e ciò che accade nella realtà. Il sogno non diventa più l’attività con cui dare senso all’esperienza ma solo un contenitore di angosce e come tale diventa incubo; chi sogna sente che il sogno è reale e quindi si deve svegliare per trovare sollievo nel mondo reale.

«Che cosa non ti piace, Maria?».
«Non mi piace più».
«Non ti piace dormire?».
«No».
«Non vuoi dormire più?».
«No».
«Quando sarai grande non dormirai più».