Eshkol Nevo, “Tre piani”.

Recensione di Isabella Donato, psicoterapeuta SPC

“L’importante è parlare con qualcuno. Altrimenti, tutti soli, non sappiamo nemmeno a che piano ci troviamo, siamo condannati a brancolare disperati nel buio, nell’atrio, in cerca del pulsante della luce”.

Eshkol Nevo Tre piani

E’ un libro sul bisogno insopprimibile di comunicare, sulla necessità che la comunicazione possa accedere alle proprie angosce, paure, agli stati profondi del sè. L’urgenza è tale che se non c’è un interlocutore vero, lo si inventa: uno sfogo verbale con l’amico scrittore, una lettera all’amica del cuore, una registrazione in una vecchia segreteria telefonica a cassette rivolta al marito ormai scomparso.

Bellissima la copertina, con un’altalena in cui il peso dell’infanzia sbilancia l’adulto. E’ infatti anche un libro su genitori e figli, sulle difficoltà ad essere genitori, su tutto quello che si fa con “le migliori intenzioni”: proteggere ( o soffocare?) , amare ( o odiare?) educare ( o reprimere?) sacrificarsi ( o abbandonare?) comprendere ( o giudicare?);

I tre piani del titolo sono concretamente i piani di un condominio in cui vivono tre famiglie, ma metaforicamente, secondo l’autore, vogliono rappresentare le tre istanze freudiane, Es, Io e SuperIo.

Al primo piano ribolle l’Es, la pulsione senza controllo, la rabbia, la furia cieca, le certezze assolute, la vendetta. Il protagonista si convince che la figlia adorata e trascurata sia stata abusata, ne individua i segni che solo lui riesce a cogliere perché sente che la figlia “ ha perso la luce”.
Senso di colpa? Capacità percettive che solo una mente in allarme e sensibile coglie? Paranoia?
Si oscilla continuamente tra tutti questi registri, la verità è impossibile da definire e forse ci sono più verità.

Al secondo piano è il principio di realtà, l’Io, che si inceppa. La protagonista, casalinga con due bambini piccoli ed il marito perennemente in trasferta, cerca di difendersi dalla solitudine, annaspa, è smarrita, teme di scivolare nella follia come sua madre, cerca disperatamente un interlocutore cui confidare che ha paura di crollare. Non trovandolo, scrive ad una sua amica lontana, in realtà intavola un dialogo con se stessa:

“Ho paura, Neta. Ho paura che se non racconto a qualcuno cosa succede, impazzirò. Non
sarebbe una cosa nuova, Hani, mi dirai. Hai sempre avuto paura di impazzire. Sí, ti rispondo.
Solo che questa volta è per davvero. Un barbagianni sull’albero può passare. Anche due. Ma
cosa succederà se una notte ce ne saranno tre?”


Al terzo piano domina il Super Io, il rispetto delle regole, la morale, l’etica, ma tutto questo non accompagnato da comprensione, rispetto della fragilità, riflessione sulla complessità delle vicende umane.
Seguiamo il flusso di coscienza di una donna, giudice in pensione, vedova di un giudice, registrato sulla segreteria telefonica dove ancora risponde la voce del marito. La solitudine la spinge a scendere in strada e partecipare della vita comune. Si imbatte in un gruppo di psicologi
che si mettono a disposizione della popolazione senza giudicare, dare indicazioni, ammonire. Dopo l’iniziale disagio, sente che è possibile uno sguardo diverso senza ripudiare il senso del giusto. E’ l’unico personaggio del libro che intesse relazioni reali, e, non a caso, l’unico in grado di dare una svolta sostanziale al proprio modo di stare al mondo e riparare antiche ferite.

La narrazione è spesso ironica, a volte esilarante, senza essere superficiale, semmai capace di delicatezza estrema e fine acume nel descrivere le angosce che attanagliano uomini e donne, padri e madri e della deriva che possano indurre se manca una comunicazione profonda; dimostra che non esiste la letteratura di genere, che non bisogna essere donna per capire la solitudine e la fatica di una madre che rinuncia al lavoro ed a una vita attiva per dedicarsi ai figli e, all’inverso, per descrivere lo smarrimento di una donna che sente di non avere “l’istinto materno” e si rifugia nel lavoro per non affrontare il senso di inadeguatezza che la maternità gli suscita.
Nelle storie trasuda una profonda empatia per i personaggi, che, non a caso, sono tutti narrati in prima persona. Ci si immerge anche nella complessità e nelle difficoltà della vita contemporanea, e nel bisogno universale della messa in parola del proprio dolore.

“I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi. Niente affatto! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia. “