E’ con vari stati d’animo che mi accingo a questo compito, non semplice, di ricordare le numerose pubblicazioni che Giorgio Blandino ci ha lasciato nei suoi anni di docente di Psicologia Dinamica all’Università di Torino.
Il primo stato d’animo che provo è di profonda commozione perché ci ha lasciato non solo un “professore”, un “maestro”, ma soprattutto un amico che, già dalla lettura dei suoi primi testi, avevo molto apprezzato tanto da suggerire, allora, il suo nome quale professore nel nostro corso di specializzazione post-universitaria alla sede genovese della Scuola di Psicoterapia Comparata.
Un secondo vissuto riguarda invece un comprensibile timore che sento nel ripercorrere assieme a voi le stimolanti tematiche verso cui era indirizzata la sua attenzione: non è un compito facile, dicevo, data la ricchezza e l’ampiezza della sua ricerca.
Infine, il vissuto che vivo più intensamente è di riconoscenza, di profonda gratitudine per il contributo di riflessione che egli ci ha lasciato sia per la nostra attività psicoterapeutica con i pazienti e sia per la nostra funzione nell’insegnamento con gli specializzandi dell’SPC.
Ciò premesso, riprendendo in mano i suoi libri, a me è sembrato di poter individuare un filo conduttore, sempre presente in tutti i suoi scritti; filo conduttore che riguarda il notevole contributo che ne deriva dall’estensione della psicoanalisi (oltre al suo ambito specifico di “cura”), ad altri contesti, cioè:
alla comprensione dei processi educativo-formativi,
alla individuazione degli usi e degli abusi della psicologia nei mass media,
alla ricerca delle radici culturali della psicologia,
alla attivazione delle competenze necessarie per lo psicologo e di chi opera nelle relazioni di aiuto.
Contributo finalizzato ad acquisire un modo di osservare , di ascoltare e di pensare di tipo eminentemente psicodinamico.

Infatti, Giorgio Blandino pubblica nel 1995 “La disponibilità ad apprendere”, nel 2002 “Le risorse emotive nella scuola“ (entrambi in collaborazione con B. Granieri) e nel 2008 “Quando insegnare non è più un piacere”. Tre testi dedicati al mondo della scuola e ai problemi connessi all’apprendimento, all’insegnamento e all’educazione.

Con il 1° di questi testi l’autore parte dal presupposto che la disponibilità ad apprendere non è solo un fatto esclusivamente intellettuale, né esclusivamente dipendente dallo sviluppo delle strutture neurologiche coinvolte e neanche solo frutto di una acquisizione proveniente dal mondo esterno. Tale disponibilità è mediata dal mondo interno del soggetto che apprende (cioè dalle sue emozioni, dai suoi affetti) e dalle sue intense interazioni con chi insegna: questi sono gli aspetti che predispongono maggiormente la mente ad una autentica ricettività. Blandino si propone, quindi, di aiutare gli insegnanti a rilevare queste dinamiche emotive ed affettive presenti nel lavoro quotidiano e nell’interazione con l’allievo, cercando di mostrare come, per realizzare questa integrazione, sia necessaria una specifica preparazione e formazione degli insegnanti finalizzata a sviluppare le capacità di gestione della relazione. Acquisizione questa che non può ridursi a dei semplici “corsi di aggiornamento”. Con questo non si chiede agli insegnanti di fare i terapeuti e neanche di essere una mamma per il proprio allievo, ma neanche di rinunciare al punto di vista pedagogico-didattico, però: <<La relazione docente-allievo, lungi dal sovrapporsi alla relazione con i genitori spodestandoli, può modulare una diversa esperienza di funzione genitoriale, mediata dal compito pedagogico-didattico, che però accoglie, come nella relazione madre-bambino, le comunicazioni emotive dell’allievo>> [pag.75]. Come sviluppare queste capacità relazionali? Anzitutto, a livello personale ove, scrive l’autore: <<mi assumo la responsabilità di dire… che la via maestra, la strada ottimale è, o dovrebbe essere, l’analisi personale o comunque un serio percorso svolto in ambito psicodinamico (come ad esempio una psicoterapia di gruppo o la partecipazione a gruppi di dinamica di gruppo molto approfonditi)>> [pag.202]. Infatti, anche le ricerche più recenti prodotte in ambito psicoanalitico hanno messo in luce il ruolo fondamentale dei fattori emotivo/affettivi nel favorire o nell’ostacolare l’apprendimento. Qui l’autore facendo riferimento all’”infans-observation” suggerisce l’estensione di questo tipo di osservazione (senza interferenze nella relazione madre-bambino) alla classe, in modo tale da configurare una sorta di “class-observation”; osservare cioè “la relazione insegnante-allievo in maniera non predeterminata” [pag.204].

Il testo del 2002 (“Le risorse emotive nella scuola”) porta come sottotitolo <<gestione e formazione nella scuola dell’autonomia>>. L’autore ci parla, infatti, dei cambiamenti strutturali introdotti dall’autonomia scolastica, cambiamenti che costringono docenti e dirigenti a ripensare il proprio ruolo e la propria posizione professionale in relazione agli allievi, alle famiglie e ad altre istituzioni attive sul territorio. Ruolo e posizione che richiedono assieme alle competenze tecniche, soprattutto delle risorse umane in grado di rendere più incisivo quel lavoro di gestione e di formazione a cui la scuola di oggi è chiamata. Queste risorse umane sono: la capacità di tollerare le frustrazioni, la capacità di ascoltare e la capacità di comunicare. Giungere ad utilizzare, in sostanza, un nuovo criterio di valutazione per il lavoro di chi gestisce processi educativi (come di chi svolge un lavoro in cui ha a che fare con altre persone): questo nuovo criterio è la “qualità della relazione”, <<ovvero la capacità che abbiamo di promuovere lo sviluppo e la salute mentale dei soggetti che interagiscono con noi e che si avvalgono della nostra opera. Questa prospettiva, a mio parere, (continua Blandino) è interessante perché capovolge il modo di considerare i lavori di servizio, come quelli educativi o assistenziali. Infatti, secondo questa prospettiva, un lavoro apparirà valido ed efficace solo se e quando la modalità di relazione che lo caratterizza promuove la crescita mentale>> [pag.57]. Imparare a riconoscere e a saper utilizzare queste capacità nell’impegno quotidiano costituirebbe la vera innovazione necessaria alla realtà scolastica.

Quella realtà dove sempre più spesso <<insegnare non è più un piacere>> come viene evidenziato sin dal titolo del 3° volume dedicato all’argomento scuola. Utilizzando anche qui un approccio psicodinamico, il prof. Blandino si sofferma sulle attuali difficoltà e conflitti degli insegnanti nel loro quotidiano lavoro educativo: la perdita di prestigio del proprio ruolo, la solitudine di fronte alle classi sempre più difficili da governare, l’impotenza di fronte agli alunni violenti e allo sbando, la scarsa comunicazione con i genitori sempre più dalla parte dei propri figli, il possibile rischio del burnout… Ed esorta gli insegnanti piuttosto che pensare ad eliminare, queste situazioni ineludibili della realtà, mediante soluzioni illusorie fondate su fantasie di possedere metodologie onnipotenti, è più saggio accettarle ed utilizzarle come punto di partenza per una riflessione/interrogazione su se stessi, sulla propria vita e sulle proprie aspettative, personali e professionali. Sollecita così gli insegnanti a riscoprire l’insostituibilità della loro funzione diventando consapevoli di cosa accade, o può accadere nella loro mente mentre lavorano; di cosa accade o può accadere nella mente dell’alunno e all’interno del gruppo classe durante l’apprendimento; ed infine, di cosa accade o può accedere quando le menti si incontrano. <<Questa capacità di contatto – scrive l’autore – va sotto il nome di funzione psicologica (psicoanalitica) della mente>> [pag.147]. Essa si manifesta con molta evidenza nel gruppo-classe, che opera su un piano manifesto e consapevole e su uno latente ed inconscio e: <<proprio come avviene nella vita psichica del singolo individuo, anche in un gruppo la dimensione latente interferisce attivamente, modificando e distorcendo la realtà e spinge a mettere in atto tutti i meccanismi di difesa che lo proteggono dall’angoscia conseguente a situazioni critiche e conflittuali>> [pag.125]. Di qui l’importanza per gli insegnati di sviluppare in se stessi “una sensibilità psicologica per le dinamiche di gruppo” [pag.126]. Essere consapevoli della presenza e del ruolo delle emozioni e del fatto che se esse vengono riconosciute in se stessi come nel gruppo e la loro espressione non viene inibita, questo rende possibile la crescita, l’apprendimento, lo sviluppo mentale ed anche l’individuazione degli aspetti gratificanti e piacevoli che il contatto con le nuove generazioni potenzialmente porta con sé.

Nel 2000 viene poi pubblicata (ne: Il “parere” dello psicologo) un’analisi minuziosa ed inquietante, ma anche ironica e divertente (com’è nello stile di Blandino) sin dai titoli dei singoli capitoli (ad es. “L’interpretazione dei sogni”, ovvero: la psicologia della SMORFIA; Freud, ovvero: la password della psicologia; “L’avvenire di un’illusione”, ovvero: la psicologia dello schizococco) dicevo una analisi minuziosa ed inquietante di come la psicologia viene usata (direi abusata) dai mass media e dagli stessi “addetti ai lavori”. L’immagine che ne emerge è quella di una psicologia banalizzata, misconosciuta nella sua complessità, caricata di aspettative magiche, come fosse in grado di rivelare i segreti dell’uomo e di assicurare così la felicità. Ecco perché l’autore senza mezzi termini scrive che la psicologia che si trova nei media nella sua essenza è totalmente falsa e coloro che la rappresentano, anche se si qualificano come psicologi, mettono in atto un atteggiamento antipsicologico e antiterapeutico. <<La psicologia dei media - egli scrive – non promuove di certo la crescita mentale ma persegue … banali rassicurazioni o più speso risposte presuntuose che mostrano la presenza di una fantasia onnipotente e onniscente nello psicologo, collusiva con l’aspettativa magica dell’utente di trovare qualcuno che tutto sa e per tutto ha una risposta per togliere, apparentemente, dall’angoscia e dalla frustrazione>> [Blandino, 2002, pag.55]. L’autore ci prospetta, invece, un nuovo scenario, in cui la psicologia venga usata appunto non come una “risposta consolatoria” alle difficoltà della vita, ma come strumento per riflettere sulla complessità della realtà umana e delle modalità di funzionamento della nostra mente. In questa ottica, allora il problema non è se collaborare o meno (come “psi”) con i mass media, ma come collaborare e quale psicologia veicolare. *****

Con il suggestivo titolo “Un futuro nel passato” Blandino (nel 2006) vuole individuare le radici culturali del lavoro psicologico che, egli sostiene, non può fare a meno della filosofia. Vengono qui anche raccolti e risistemati alcuni dei temi principali estesamente trattati nel suo volume: “Al tempo di Freud. Scenari storici e vicende culturali alla nascita della psicoanalisi e della psicologia dinamica” e in quello strettamente collegato (scritto con Scanavino): “Promemoria freudiano. Personaggi e concetti”. Scrive Blandino, in questo testo del 2006, parafrasando quanto Kant diceva della scienza rispetto alla filosofia: <<Se è vero che la filosofia senza la psicologia è vuota, è altrettanto vero che la psicologia senza la filosofia è cieca>> [pag.15], a meno che non ci si limiti a diventare meri “badanti della psiche” o “dentisti della mente” (Blandino, 2009, pag. XXVIII). E non solo la psicologia, non solo la psicoanalisi, ma ogni lavoro di aiuto, di cura, di sostegno, di educazione rischia di essere sterile se si limita ad applicare delle tecniche trascurando una prospettiva più ampia che consente di riflettere sul senso della vita e della relazione umana. <<Da millenni – scrive il filosofo Remo Bodei – la filosofia riflette su temi come ragione, follia, coscienza, passioni, istinti>> [pag. 22]. Accogliere le intuizioni sulla condizione umana, già anticipate lungo i secoli dal pensiero filosofico, ci può essere, allora, di grande aiuto. <<La ricerca della verità (dice Blandino) che, a cominciare da Freud e da Ferenczi, è l’obiettivo della psicoanalisi e la chiave di volta della salute mentale… è anche lo scopo, vigorosamente auspicato, di tutta la ricerca filosofica>> [pag. 59]. E’ proprio in questo senso che Blandino parla allora della “filosofia come funzione della mente”.

Concetto questo che viene ripreso ed esteso nel 2009 in un nuovo scritto dove Giorgio Blandino riprende tutte le precedenti tematiche e, attraverso la illustrazione di vari paradigmi psicoanalitici, e con uno stile che gli è proprio, caratterizzato da riferimenti e da suggestioni di vario tipo (che ne rendono particolarmente accattivante la lettura) mostra, sia a noi professionisti del mondo PSI, sia a tutti coloro che sono interessati a riflettere sulle possibilità applicative (sociali, politiche, oltre che formative) della psicologia, che cosa significhi e quali implicazioni operative comporti ragionare in termini di <<PSICOLOGIA COME FUNZIONE DELLA MENTE>>. Libro questo che nasce nel 1995 da un suo testo dal titolo “Le capacità relazionali” che l’autore sente la necessità di rivedere perché come egli stesso dice: <<Le mie idee si sono meglio specificate e articolate, nelle ricerche e nei libri che ho pubblicato successivamente a quel testo, al punto da rendere necessari non solo più un aggiornamento e una revisione, ma una vera e propria riformulazione, riordino e approfondimento dei temi colà trattati>> [pag. XVI], come per esempio: “la necessità di un respiro anche filosofico”, il contributo, con i suoi spettacolari progressi, dell’ambito delle neuroscienze; infine, l’avvento della società multietnica con le conseguenti ricadute nel nostro campo e sulla nostra operatività. Libro questo che nasce anche con l’intento di rispondere alla domanda se si possa trovare qualche compito possibile, qualche prospettiva auspicabile per la psicologia e per il lavoro psicologico. Infatti, senza dimenticare l’ammonimento freudiano riguardo ai tre compiti impossibili (educare, governare e curare) che deve servire a farci tenere ben saldi i piedi per terra e a farci restare consapevoli dei nostri limiti, Blandino individua tre compiti possibili, cioè tre possibilità di lavoro psicologico. Con il singolo, promuovendo la speranza come finalità psicologica, che non vuol dire negare la sofferenza, ma riconoscerla quale unica strada per trovare la vera comprensione di sé e degli altri. Nel sociale, pensando ad una psicologia non solo per curare, ma soprattutto per <<progettare ed organizzare strutture sociali, politiche educative assistenziali, schemi di lavoro più sani e più umani. Una psicologia intesa cioè come epidemiologia>> [pag.432]. Infine a livello politico, dove con un solido fondamento nella psicoanalisi si può dare un decisivo contributo alla fondazione di una “nuova scienza politica”, dove poter <<ripensare le relazioni non più sulla base di un funzionamento mentale di tipo schizoparanoide per cui l’altro diverso da me è un nemico, ma sulla base di un funzionamento depressivo per cui l’altro, pur essendo diverso, è un interlocutore>> [pag.438]. E se, in questo compito ci sia un po’ troppa utopia, se non ingenuità, Blandino senza scoraggiarsi e con molta arguzia ci richiama il volo del calabrone che <<secondo tutte le teorie fisiche, aeronautiche e della gravità terrestre, non potrebbe volare: ma lui non lo sa e vola lo stesso>> [pag. 441].

Credo più che mai necessario (non solo utile) ricuperare dunque queste funzioni mentali psicologiche, su cui tanto insiste il nostro autore in ogni suo scritto, tanto più oggi che viviamo in una “società normalmente operatoria”. In una società, cioè, orientata pragmaticamente all’azione, in una società cioè che richiede rapidità di risposta, efficacia e parzialità d’intervento, segmentazione della personalità. Penso, ad esempio, alla diffusa presenza di una modalità di approccio e concettualizzazione della realtà nei termini binari di utile/inutile, sì/no, vero/falso, bello/brutto, mi piace/non mi piace. Insomma categorie che implicano processi cognitivi tipo stimolo/risposta, desiderio/soddisfazione e che non consentono, pertanto, un pensiero maggiormente elaborato, capace di includere la complessità, la globalità. E, quel che è peggio, parallelamente a questo impoverimento della processualità del pensiero, a questa semplificazione della complessità, si accompagna, inevitabilmente, il dissiparsi dei legami sociali, meglio, il semplificarsi anche delle relazioni affettive in “amori liquidi” (come efficacemente ha concettualizzato, in libri ormai noti, il sociologo Z. Bauman) in cui si va perdendo sempre più il senso della dimensione relazionale, dove, tanto per fare un esempio, il concetto di autonomia, da separatezza e differenziazione rispetto all’altro, acquista via via la valenza sempre più estrema di assenza del bisogno dell’altro, di rifiuto dei rapporti affettivi, di non riconoscimento dei legami di appartenenza.

Ritornando al nostro autore, non gli renderei pienamente merito se, oltre a ricordare questi suoi temi di ricerca più cari, non richiamassi l’attenzione allo stile, al modo con cui questi temi vengono espressi e vengono diffusi. Sì, perché la lettura dei suoi scritti ci aiuta a conoscere ancor più a fondo l’autore, ci permette di capire le sue peculiarità, i suoi gusti, le cose che gli piacevano, la sua estetica nello scrivere… e tutto questo ci avvicina maggiormente a lui e ci permette di ricordarlo più affettivamente. Infatti, Giorgio Blandino con un linguaggio mai tecnico, sempre colloquiale, direi “di tutti i giorni”, ma arguto e profondo parte dai luoghi comuni per accedere ad un pensiero via via sempre più articolato (pedagogico, sociologico, esistenziale, filosofico) per arrivare a comunicare il pensiero psicoanalitico, non in senso intellettuale ma ricordandoci sempre come esso sia anzitutto un’esperienza che deve provenire dall’interno e non può essere acquisito per via razionale.
Qua e là ho già accennato alla sua capacità ironica e divertente con cui egli fa le sue numerose analisi che vengono arricchite di citazioni assolutamente contestualizzate in un discorso sempre appassionato, con un notevole valore anche per la ricerca e che coinvolgono in una lettura avvincente. Ecco allora, nell’eterogeneità delle citazioni: le suggestioni letterarie (poetiche narrative), le citazioni anomale (aneddottiche e giornalistiche), i commenti polemici (sempre molto istruttivi e costruttivi), i riferimenti ai classici (filosofici e culturali), i molti richiami di ordine etimologico (a cui egli dava grande importanza e valore) e infine… le massime di saggezza popolare come, tanto per fare un esempio, i “quattro detti piemontesi “:
“Fa’ el to dovèr, e cherpa”
“Esageroma nèn!”
“A l’è question d’nèn piessla”
“Mes’ ciuma nèn le cose!”,
che, ad orecchio, richiamano molto da vicino quelle funzioni emotive, inconsce, di meltzeriana memoria, che la mente sviluppa quando gestisce un processo di crescita interiore.
Ma, naturalmente, è solo l’esperienza diretta che ci può far apprezzare la lettura delle sue opere e rendere vivo, dentro di noi, il suo pensiero e … meno triste il suo ricordo.

Dr. Walter Machet

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