Alla ricerca della vita attraverso la morte

di Ivano Calaon

Economico, letale, imprevedibile. Il suicidio, anzi il suicida, è diventato ormai da anni l’arma preferita di gruppi terroristici locali e globali. Un martire suicida ottiene effetti impossibili per un esercito tradizionale, in particolare dal punto di vista mediatico ed emotivo.  Si stima che l’organizzazione dell’attentato alle Torri Gemelle di New York sia costata circa 300 – 400.000 dollari, mentre le spese in sicurezza anti-terrorismo degli Stati Uniti da allora in poi sia stata decine di milioni di volte superiore. Senza che per questo gli americani e il resto del mondo si sentano più sicuri. Anzi.
E’ una magistrale applicazione dell’effetto farfalla.

 

Con questa espressione il matematico e meteorologo Edward Lorenz  sintetizzava l’idea che piccole variazioni nelle condizioni iniziali di un sistema complesso (per esempio l’atmosfera terrestre o un mercato azionario) producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine dello stesso sistema. Nel 1972 intitolò una conferenza: "Può, il batter d'ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?"

Un attacco suicida, da un punto di vista militare, è un battito di farfalla, un’azione che in termini brutali di caduti sul campo è quasi insignificante. Eppure gli attentati suicidi riescono ad  entrare nelle nostre case e nelle nostre teste quanto e più di una guerra “tradizionale”. In maniera inversa è impressionante vedere come la mobilitazione di forze dell’ordine, servizi segreti, diplomazia ed eserciti occidentali invece sortisca una sorta di effetto farfalla inverso, un tornado di azioni e ritorsioni che impatta  sulle cause profonde degli attacchi suicidi quanto il battito d’ali di un lepidottero.

C’è un filo rosso sangue che parte dalla Palestina e Israele,  attraversa l’Arabia Saudita e l’Afghanistan, diventa globale con Al-Qaeda ed arriva alla macabra perfezione dell’Isis. Ironicamente, l’Isis nasce come cellula iraqena di Al-Qeada, da cui viene espulsa perché giudicata troppo violenta. In realtà ne ha ampiamente soppiantato il ruolo, anche, e forse soprattutto, per la capacità di generare emulazione. In questo modo non è neppure più necessario avere una qualche forma, per quanto leggera, di organizzazione. L’aspetto essenziale è avere una buona copertura mediatica, pagata e assicurata dai mezzi di comunicazione e  dai social network del nemico. Da questo punto di vista i terroristi contemporanei avrebbero fatto rodere di invidia Goebbels, il potente ministro della propaganda della Germania nazista. E’ un po’ come se come durante la seconda guerra mondiale, mentre le armate del terzo reich invadevano la Russia, i tedeschi fossero riusciti a far pubblicare sulla prima pagina della Pravda i discorsi di Hitler, i successi sul campo della Wermacht e far regalare nelle  edicole di Mosca copie de “Mein Kampf”.

La parola che spesso usano gli attentatori suicidi per descriversi è “martire”. E’ una parola antica, significa testimone, persona che ricorda qualcosa davanti a un tribunale o un pubblico. Ad esempio, la testimonianza di fede dei martiri cristiani durante le persecuzioni nel II – III secolo dopo Cristo. Può sembrare blasfemo accostare i martiri cristiani di epoca ellenistica e i terroristi suicidi contemporanei ma c’è un aspetto che li accomuna: la ricerca  dell’assoluto dell’anima, ostacolata un nemico infinitamente grande, l’Impero Romano in un caso, il Grande Satana Crociato nell’altro.  In entrambi i casi c’è in ballo un progetto di cambiamento radicale della propria esistenza e della società, un’utopia così bella e importante grazie alla quale è possibile affrontare la morte senza (troppa) paura. Ne consegue che una vita non consacrata a questo scopo non è degna di essere vissuta.

Il gesto del suicido – omicidio è qualcosa di estremo ma, al tempo stesso,  ci fa confrontare con tutte le situazioni di non senso, purtroppo molto quotidiane,  in cui facciamo del male agli altri senza ricavarne alcun utile, anzi facendo del male anche a noi stessi. Si parte dagli atti mancati, le sbadataggini, i lapsus con cui “involontariamente” complichiamo la nostra e altrui esistenza, fino alle dinamiche sado-masochistiche che trasformano l’amore in un gioco di potere in cui, dopo anni di battaglie e guerriglia,  alla fine rimangono solo morti e feriti, a volte non solo simbolici. C’è qualcosa di profondamente stupido in tutto questo, una mancanza di pensiero e di capacità di affrontare la realtà che è il tratto più caratteristico della psicopatologia. La connessione “genio – pazzia”, ammesso che esista, è piuttosto labile, mentre  è sempre sconcertante vedere quanta creatività ed energia una persona, un gruppo o di un popolo intero possano mettere nell’alimentare e coltivare il proprio dolore.

E’ anche per questo che secondo Camus (Il mito di Sisifo - 1942):

“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è rispondere al quesito fondamentale. Il resto…viene dopo. Questi sono giochi: prima bisogna rispondere”

Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è un problema fondamentale non solo per i filosofi, ma è il quesito che in fondo porta ogni paziente in terapia e che ogni persona cerca costantemente di affrontare, eludere o negoziare. Il suicidio rappresenta il limite estremo di questa domanda, ma non è una risposta che nega la possibilità di un senso, anzi proprio in virtù della radicalità della scelta, del suo essere definitiva e non revocabile rende tragicamente chiaro il senso dell’esistenza di chi compie tale gesto.

La prima volta che mi sono trovato di fronte a un paziente che minacciava di suicidarsi ho avuto la sensazione di una pistola carica posata sul tavolo. Si trattava di una persona con gravi problemi di salute che mi ripeteva spesso “Non vale la pena vivere così. E’ vita questa?”. Quando, a fine di ogni seduta, mi diceva “Ci vediamo la settimana prossima” avevo la sensazione di una domanda, più che di una affermazione. Una domanda sulla possibilità di trovare qualcosa per cui vivere nei giorni successivi, era chiederci se la nostra relazione terapeutica sarebbe sopravvissuta alle nostre tempeste interiori.

Il tema del suicidio è uno dei più scottanti in psicoterapia, quello che forse più di tutti evidenzia la differenza tra psicoterapie analitiche e approcci medici, psichiatrici, cognitivo-comportamentali, religiosi e sociologici. A partire da Durkheim si sono succeduti studi che hanno cercato di classificare le modalità di suicidio (p.e. egoistico, anomico, altruistico, fatalista), cercando in qualche modo di farlo rientrare in categorie diagnostiche che ricordano molto da vicino quelle del DSM, il manuale diagnostico psichiatrico più diffuso al mondo. In quest’ottica classificare significa prevenire. Comprendere in quale categoria di rischio si trova, o possa trovarsi una persona permette di mettere in atto contromisure adeguate per evitare o ridurre la possibilità che una persona si tolga la vita. Qualcosa per cui i servizi di sicurezza oggi sarebbero disposti a pagare qualsiasi cifra.

Medicina, sociologia, teologia, terapie cognitivo-comportamentali condividono un punto di vista esterno rispetto alla sofferenza: partono da a priori (leggi naturali, articoli di fede, statistica, ecc.) che spiegano e normano le modalità di intervento, spesso ad un livello micro – procedurale (i protocolli medici, le tecniche come l’EMDR).

                Secondo Hillmann (Il suicidio e l’anima, 1964), tuttavia:

“I punti di vista collettivi (sociologico, medico, giuridico, teologico) hanno proclamato il suicidio un atto da prevenire. Con questo atteggiamento e questa paura a governare la loro ricerca, essi si precludono la possibilità stessa di comprendere il problema che si sono proposti di spiegare. Queste indagini rimangono all’esterno, perché sono condotte allo scopo di raccogliere informazioni intorno al suicidio. Non sono fatte per indagare l’anima di quella particolare persona nel suo intreccio di senso con il suicidio”

Considerare il suicidio o le fantasie suicidarie come un sintomo, un’aberrazione, un peccato (mortale, letteralmente), impedisce però la comprensione ed evidenzia probabilmente anche le angosce di morte di chi affronta questo tema, che sia uno studioso o un addetto ai lavori. Il punto di vista analitico è radicalmente diverso: si tratta di mettersi dentro e in profondità

“L’analista si trova di fronte a dei problemi, e quei problemi non sono semplicemente atti comportamentali classificabili, né tipologie nosografiche. Essi sono in primo luogo esperienze e sofferenze, problemi dotati di un “dentro”. La prima cosa che il paziente chiede all’analista è che si accorga della sua sofferenza e si lasci attirare dentro il suo universo esperienziale”

Lasciarsi attirare dentro, ma soprattutto riuscire a rendere visibile al paziente il proprio universo esperienziale, i buchi neri che “mangiano” la luce, le stelle fisse e i reali centri di gravità delle proprie orbite relazionali. Ed è quindi necessario anche “andare sotto”, scendere in profondità. Il verbo inglese per capire è infatti “understand”, alla lettera “stare sotto”: capisco se riesco a percorrere i sotterranei della tua e della mia anima.

Si tratta di un paradosso difficilmente comprensibile da un punto di visto medico. Scopo delle medicina è la lotta contro la morte e la malattia, una lotta senza quartiere che però può fare una vittima importante:  la possibilità di guarigione. La morte e la sofferenza non sono qualcosa di diverso o alieno rispetto al paziente, si può anzi dire che la malattia sia il paziente, non si può separare il modo in cui una persona sia ammala dal modo in cui ha vissuto e vive.

“La medicina collega la malattia con la morte, la salute con la vita. La speranza sottesa è che se potessimo eliminare la malattia, potremmo eliminare la morte. Tuttavia una vita di malattia  e una morte in salute sono pure esse delle realtà. Questa inversione dei consueti abbinamenti ci prospetta  un altro modo di guardare ai problemi che l’analista incontra. La lotta contro la malattia può essere separata dall’angoscia della morte, perché la malattia è nemica sia della vita che della morte. La malattia interferisce con il morire nel modo giusto oltre che con il vivere nel modo giusto. Presso gli eschimesi, quando una persona si ammala, assume un nuovo nome, una nuova personalità caratterizzata dalla malattia. Per superare la malattia bisogna appunto, letteralmente, passarle “sopra” trascenderla, cioè morire. L’unica possibilità di guarigione risiede nella morte della personalità malata. La salute richiede la morte”

Si sente a volte dire che un suicidio (riuscito, tentato, fantasticato) è una richiesta di aiuto. Si può aggiungere che è anche una paradossale richiesta di vita, di una vita significativa e piena, un evasione da un’esistenza sentita come troppo vuota e dolorosa. La violenza fisica contro se stessi è un progetto di cambiamento del Sè troppo radicale, alimentato da un’angoscia di trasformazione che nega il valore del tempo, dell’attesa, dello sforzo necessario a dare forma alle emozioni e alle relazioni. L’usanza eschimese di cambiare nome durante la malattia ricorda il cambio di nome di una persona che entra a far parte di un ordine religioso ma anche i nomi di battaglia: una vita nuova è una missione ma anche una battaglia che richiede una persona diversa con un altro nome. Dare un nome, un’identità, una cittadinanza alle nostre parti malate, a ciò che ci tormenta, ai nostri vuoti è il primo passo per fare anima, per rendere i nostri processi mentali più capaci di bonificare e potabilizzare le esperienze dolorose e frustranti.

Ed evitare così di innescare una bomba umana pronta a esplodere in qualsiasi momento.