di Loriana D'Ari
Malgrado vi siano posizioni più felici, sentirsi sospesi tra ragione e sentimento è sentirci bene, perché il pensiero nasce da un bisogno che nel frattempo ha cambiato volto, e si è fatto emozione.

Malgrado vi siano posizioni più felici, sentirsi sospesi tra ragione e sentimento è
sentirci bene, perché il pensiero nasce da un bisogno che nel frattempo ha cambiato
volto, e si è fatto emozione.
La prima fase infatti è costituita da quel bisogno universale che è la fame,
motivazione fondamentale regolata, non a caso, dalle strutture cerebrali
evolutivamente più antiche; e dal principio ogni bambino se la vive senza saperne
nulla, semplicemente come esperienza spiacevole, che provoca dolore. Eppure proprio il dolore stimola la mente ad avviare operazioni, mentali e comportamentali, volte ad alleviarne il vissuto spiacevole e, qualora sia possibile, a eliminarlo in modo che sia sostituito dal piacere, come condizione secondaria alla sua cessazione: esso è il primo movente dello sviluppo mentale. Così, il bambino impara a mangiare allo scopo di alleviare questo stato di tensione fisiologica, ma questo può farlo solo se e quando un seno “buono” sia effettivamente presente, e disponibile; in tal caso tutto procede senza intoppi o difficoltà di sorta, e senza sforzo né dolore. Tuttavia, non è da questa condizione ideale che può sorgere il pensiero:
(..) In funzione del fatto che la poppata intervenga subito o poco più tardi il bambino potrà cioè sperimentare un più o meno lungo intervallo di spiacevolezza (..). E’ verosimile infatti che, se la poppata interviene troppo precocemente, ovvero prima che il bambino abbia avvertito lo stimolo della fame, l’evoluzione della mente non venga sufficientemente stimolata; così pure è presumibile che, se la poppata interviene con troppo ritardo, l’organizzazione mentale dei primi aggregati venga influenzata negativamente: sarebbe dunque necessario un tempo di attesa ottimale.
(Imbasciati 1983, p.71).
Le motivazioni fondamentali regolate dal cervello rettiliano o “complesso R” (tronco encefalico e gangli della base), come la fame, il sonno o la respirazione, non hanno originariamente alcun corrispettivo rappresentazionale, ovvero non sono primariamente codificate in tracce mnestiche riferite a situazioni vissute nella realtà, e concernenti quella determinata funzione; non sono che istinti e bisogni vitali fisiologici, ancora del tutto privi di qualsiasi referente psicologico, dal momento che lo “psichico” è una realtà ancora di là da venire. Ma questo vale per le lucertole, non certo per i bambini: la lucertola non sa di Là dove la lucertola non avverte il bisogno di qualcosa che manca, il bambino sente avvicinarsi un vuoto che provoca dispiacere e angoscia, e non è una differenza da poco: nel cervello rettiliano (complesso R) non c’è posto per concepire l’assenza di qualcosa di esterno, di cui si ha bisogno. Ma l’essere umano non ha (soltanto) un cervello, ha una mente in cui può anche darsi un luogo per tutto ciò che è non-me, un luogo per l’altro; il che è come dire che, quasi fin dall’inizio, c’è spazio per una vita affettiva.
Un neonato è dapprima una cosa sola col resto del mondo, e proprio in questo senso si può affermare che egli sia onnipotente, perché è tutto; ben presto, tuttavia, dovrà rinunciare a questa illusoria condizione di beatitudine, semplicemente perché essere tutto è incompatibile con l’esistenza: perché un essere umano possa esistere gli occorre una mente, e una mente significa rottura, differenziazione, individualità. Significa porsi come soggetto di fronte a qualcosa di profondamente altro, che si profila giorno per giorno come un mondo di oggetti da percepire, e da conoscere. Ma ancor prima di ogni forma di conoscenza, vengono l’amore e l’odio: ogni oggetto conosciuto è (ed è stato) anzitutto oggetto di un investimento affettivo.
Nella mente del bambino piccolo, la struttura cardine deputata alla rappresentazione (proto)mentale è l’affetto, schema funzionale di base connesso e sotteso a tutti gli altri schemi funzionali che verranno, operativo per l’interazione adattativa con la realtà esterna, attraverso quella interiore: in altri termini, il lattante si costruisce attivamente molteplici versioni, all’inizio alquanto fantasiose e bizzarre, di quello che gli accade di sentire, sperimentare, vivere; e gli strumenti che ha a disposizione per tentare di conoscere il mondo e adattarvisi al meglio, sono quei suoi primi aggregati (pre)mentali rudimentali che M. Klein, per prima, ha chiamato oggetti interni.
Questi, che in principio concernono per lo più parti del corpo umano frammentarie e inintegrate, si articolano sin da subito in fantasie mano a mano sempre più complesse e articolate, strutture arcaiche della mente costituite anzitutto da affetti, e poi sempre più anche da immagini, qualora vengano progressivamente elaborate; ma inizialmente tutti quei differenti ordini di rappresentazioni che distinguiamo, sulla base del nostro vissuto consapevole, in emozioni, sentimenti, pensieri, ricordi, immaginazione, percezione ecc. sono solo diversi aspetti, per lo più potenziali, dello stesso tipo di operazione mentale dal valore prettamente affettivo:
L’evoluzione delle strutture funzionali affettive si colloca lungo la progressione rappresentazionale che va dagli oggetti interni primari a oggetti interni più differenziati: questi, man mano che procede la differenziazione e che si forma il vissuto consapevole, possono essere distinti, appunto in funzione di tale vissuto, in diverse categorie. (..) Le varie categorie sono tali in quanto così catalogate nel vissuto consapevole della maggior parte delle persone: prima e al di là di questo, ha poco senso una loro distinzione: più giustificato appare uno studio delle connessioni funzionali tra i vari ordini di rappresentazioni che si van progressivamente differenziando. In queste connessioni risiede l’interazione tra affetti e pensiero (..). (Imbasciati 1990, pp.47/49).
Quello che cambia è, oltre alle diverse modalità di esperire tali fenomeni a livello di soggettività cosciente, il grado di adeguatezza/discrepanza di tali rappresentazioni rispetto al principio di realtà; verosimilmente, più esse saranno evolute e complesse, maggiore (mai assoluta) sarà la loro obiettività, in termini di efficacia operativa nell’interazione con la realtà esterna.
La parola d’ordine è affetto, dunque; in effetti, tutto ciò che un bimbo ha a disposizione per farsi un’idea del mondo esterno sono le sue emozioni, l’unità operativa della sua cognizione, e per loro tramite nel momento preciso in cui si relaziona, impara a conoscere ciò con cui entra in relazione. Ma per far questo, egli ha bisogno dell’altro: solo l’incontro con un’altra mente può aiutarlo a far crescere il vissuto, trasformandolo in pensiero.
Mettiamo allora che il bambino abbia fame, e che gli tocchi di dover attendere un pochino (che un po’ va benissimo, ma non troppo); cosa ne fa di questa strana sensazione che si affaccia al suo vissuto come desiderio, e mano a mano si fa bisogno incalzante, e quindi dolore?
Diversi sono i modi di viverlo (o evacuarlo), più o meno costruttivi, più o meno suscettibili di ulteriori elaborazioni; di certo egli dovrà poter tollerare almeno quel pizzico di dolore necessario perché nella sua mente si formino protopensieri, o, per dirla con Bion, elementi beta ulteriormente mentalizzabili in strutture protopercettive, in cui confluiscano effetti sensoriali di varia provenienza, esterna e interna, oltre che processi di elaborazione dell’input.
Per riuscirvi, ha bisogno di sua madre:
L’elemento beta è dunque da Bion stesso accostato, se non identificato, come una componente fisica segnalata dagli “organi di senso”, e contrapposto alla qualità “psichica” raggiunta a seguito della funzione alfa nella relazione di rêverie con la madre: (..) Tale prima “segnalazione”, per usare il termine di Bion, è spiacevole e pertanto facilmente evacuabile: a decidere se essa sarà evacuata, oppure elaborata dalla funzione alfa in un qualcosa di più “mentale” (..) sta il bilancio della frustrazione, favorito, in attivo o in passivo, dalla relazione con la madre e dalla funzione di rêverie di questa. (Imbasciati 1990, p. 71).
Per questo deve poter aspettare, ma non troppo, perché non gli capiti di cedere alla frustrazione dementalizzando le sue possibilità conoscitive; il che sarebbe un vero peccato, perché queste primitive protoidee sono già significative di qualcosa, pur non rappresentando adeguatamente nessun oggetto reale: sono unità mentali protopercettive sui generis, tali da fornire una qualche rappresentazione della realtà, per quanto più vicina all’allucinazione, che alla percezione matura e consapevole; e infatti il lattante percepisce, ma in maniera subliminare.
Per tornare alla nostra lucertola, col suo cervello rettiliano che non consente alcun tipo di rappresentazione mentale ancorché primitiva, ipotizzando di sovrapporre alle sue strutture cerebrali quello che chiamiamo sistema limbico, avremmo come risultato qualcosa di molto simile al cervello di un mammifero, o di un uccello particolarmente dotato. Prendiamo, ad esempio, un primate: nella sua mente, come nella nostra, c’è un luogo deputato all’elaborazione emozionale della relazione con
l’altro: lo si evince dal fatto che un qualsiasi esemplare di scimpanzé, purché non sia cresciuto in condizioni di isolamento sociale, è perfettamente in grado di riconoscere la sua immagine riflessa in uno specchio come immagine di sé (Gallup, 1977). Significa, in altre parole, che c’è nella sua mente un qualche tipo di rappresentazione, deputata al riconoscimento di sé e dell’altro; analogamente, alcune specie di uccelli tra le più evolute, mostrano di possedere sin dalla nascita almeno un prototipo rappresentazionale incompleto dei propri conspecifici, com’è dimostrato dal noto fenomeno dell’imprinting (Lorenz, 1935).
Noi esseri umani abbiamo qualcosa in comune con questi animali, una struttura cerebrale che ci consente di formare rappresentazioni inconsapevoli, a elevata tonalità affettiva, riferite alla relazione con altri membri della nostra stessa specie: questo equivale a ciò che Edelman (1989) ha chiamato scene della coscienza primaria, connesse alla comparsa del sistema limbico, e a cui fa riscontro, guarda caso, l’emergere dei primi sistemi motivazionali sociali. Ma i processi della coscienza primaria, con lo sviluppo della coscienza di ordine superiore nell’uomo, a sua volta legata al sorgere delle strutture neocorticali, non sono più esperibili soggettivamente, entrando a far parte della dimensione inconscia dell’attività mentale. Potrebbe esserci un collegamento tra queste scene della coscienza primaria, dal valore affettivo-relazionale eppure inconscio, e gli oggetti interni primari che assolvono, nel bambino piccolo, a funzioni protopercettive?
L’occhio, per l’etologo e per l’epistemologo evoluzionista, è una “rappresentazione” o una “teoria” degli aspetti luminosi dell’ambiente, l’orecchio di quelli sonori, e così via per tutte le strutture anatomico-funzionali sviluppatesi per consentire l’adattamento all’ambiente. (..) In questo senso, esiste un fondamentale accoppiamento strutturale in continua evoluzione fra organismo vivente ed ambiente, tale per cui “vivere è imparare” (Lorenz, 1981). In altre parole, l’intera vita può essere considerata un gigantesco processo conoscitivo. (..). (Liotti 1994, p. 44).
E cosa sono gli oggetti interni, se non le rappresentazioni rudimentali e primitive di un cucciolo d’uomo, che deve imparare a conoscere il mondo per adattarvisi al meglio? Volendo spingere l’analogia al suo limite estremo, potremmo considerare anche queste neostrutture della mente prototipi incompleti, schizzi potenziali fondati sull’innata capacità rappresentazionale dell’uomo, che verrebbero poi raffinati e portati a compimento grazie a quel continuo, interminabile processo di apprendimento che è la vita.
Perciò, queste neostrutture della mente sono qualcosa di più elaborato di mere afferenze allo stato grezzo, sono già quasi configurazioni percettive, aggregati prementali di inputs afferenziali, sebbene al di sotto della soglia di mentalizzazione che consentirebbe il loro ingresso nel sistema mente. Sono possibilità di mentalizzazione, stati intermedi tra afferenze neurofisiologiche e organizzazioni percettive dall’indubbia valenza psichica, in quanto dotate di un loro embrione di significato, che trova il suo corrispettivo in una traccia mnestica codificata in memoria, per quanto primitiva e indigerita.
Ma perché questa traccia si trasformi in pensiero, il bambino ha bisogno dell’incontro con la mente di un altro essere umano, capace di rêverie materna: quel che serve al bambino della madre è la sua funzione alfa.
La funzione alfa è ciò che mentalizza l’esperienza, sia essa esterna e interiore; essa agisce sui processi psichici primari come un’ulteriore elaborazione, conferendo loro un senso funzionalmente più adeguato all’interazione efficace con la realtà. Questi ultimi, successivamente, subiranno progressive articolazioni e differenziazioni, tra cui quella tra effetti sensoriali e processi di elaborazione centrale da una parte, e tra effetti sensoriali di diversa provenienza, dall’altra. Così, di simbolizzazione in simbolizzazione, i processi mentali più evoluti e complessi possono, con il tempo, assurgere a una dimensione consapevole, e avremo infine la tanto agognata e rassicurante distinzione tra percezioni, ricordi, pensieri, rappresentazioni logico-razionali, sentimenti (affetti consapevoli): la capacità di rêverie materna può fare la differenza, ma come?
Il bambino ha fame quando il seno ancora non c’è, e questa spiacevole sensazione stimola la creazione, nella sua mente, di primitivi oggetti interni inizialmente sentiti come cose in sé impensabili, anziché come pensieri; stando così le cose, a questo livello di maturazione un neonato non può che liberarsi del vissuto negativo, di questo aggregato prementale che ha il valore di un seno cattivo, attraverso un meccanismo di identificazione proiettiva: egli cerca cioè di spingere nella mente della madre questo dolore, sentito come una cosa cattiva, anziché come un’idea di qualcosa che manca, e di cui si ha bisogno.
A questo punto avviene lo scambio emozionale: il bambino dà alla madre un’emozione allo stato grezzo, solitamente in forma di vissuto doloroso, e può farlo, ad esempio, attraverso il pianto; lei, intuendo il significato di questo segnale emotivo emesso dal suo bambino, glielo restituisce dopo averlo in sé elaborato, e arricchito di quel significato. L’elemento psichico reintroiettato dal bambino sarà allora un elemento alfa, e cioè qualcosa di pensabile, una rappresentazione sempre più mentale, sempre meno (soltanto) fisica e corporea: così nasce il pensiero, quando il bimbo reintroietta non soltanto l’elemento psichico bonificato, ma la stessa funzione alfa della madre.
In altri termini, lui le porge impressioni sensoriali ed esperienze emotive non trasformate (elementi beta), lei le assume in sé e le trattiene quel tanto che basta a restituirgliele trasformate in immagini similsensoriali con cui poter sognare, ricordare, pensare quello che gli accade; e pensare significa poter aspettare con fiducia qualcosa che non c’è, poterlo desiderare senza troppa angoscia, e sentirlo come buono per crescere, quando poi arriverà: ora il bimbo ha un’idea nella mente, con cui potersi rappresentare l’assenza e tollerare la frustrazione dell’attesa, almeno per un po’.
Lo stesso processo, descritto a partire dall’ottica cognitivista dell’elaborazione delle informazioni, suonerebbe più o meno così: le emozioni segnalate dal neonato, espressione del sistema motivazionale interpersonale (SMI) dell’attaccamento,
attivano automaticamente nella madre il sistema ad esso complementare, e cioè quello dell’accudimento; questo perché abbiamo tutti un’innata capacità di decodificare i segnali emotivi emessi dall’altro, e quindi sintonizzarci con essi. Ci accade svariate volte al giorno, quest’incontro con le emozioni dell’altro:
Lo stato motivazionale dell’altro che incontriamo ci è efficientemente segnalato dall’espressione delle sue emozioni. Segnalato efficacemente, nel senso che le emozioni espresse nell’esercizio di un dato sistema motivazionale attivano in chi riceve il segnale il sistema motivazionale corrispondente o complementare, anche senza che ci sia piena coscienza di tale attivazione (..). In generale, tutti gli SMI, grazie all’effetto dei segnali emozionali emessi da un individuo e ricevuti dall’altro, tendono prontamente a sintonizzarsi nei contraenti della relazione (..). (Liotti 1994, pp.55/56).
Le informazioni afferenziali provenienti dal nostro interno, e il nostro stesso vissuto nell’atto di ricevere la comunicazione emotiva, ci informano del suo significato come si trattasse di una nostra emozione, mediante una sorta di confronto rapido e inconsapevole con ciò che vorrebbe dire, per noi, quel determinato segnale emozionale; ecco perché può benissimo accaderci di non riuscire a dirci ciò che sentiamo, ben più raramente di non sentirlo affatto. Tradotto in termini a noi più familiari, stiamo parlando di empatia.
A voler complicare le cose, c’è che l’intero processo può svolgersi a differenti livelli di profondità, fino alle soglie della coscienza; e quando parliamo di coscienza in una prospettiva cognitivista, ci riferiamo ad un processo continuo e sequenziale, fondato su molteplici processi inconsci discontinui e paralleli (PDP). In particolare, secondo la teoria della coscienza di Dennett (1991), questi sistemi specialisti o moduli paralleli corrisponderebbero ai vari sistemi motivazionali deputati alla gestione/regolazione delle più diverse operazioni, a livello organismico e/o interattivo:
In altre parole, la mente opererebbe sempre come un insieme di processi specializzati e distinti distribuiti nell’intero cervello. Questi molteplici sistemi sono simultaneamente in allerta per il materiale da elaborare, in vista ciascuno di un determinato obiettivo (..) e al di fuori di ogni consapevolezza soggettiva di tali elaborazioni (..). All’insieme di processi paralleli inconsci si sovrappone, nell’uomo, un processo sequenziale, in cui sussiste un solo obiettivo alla volta (..). Questo processo sequenziale (..) è la coscienza. (Liotti 1994, pp. 48/49).
Nell’unità di tempo verrebbero quindi elaborate molteplici versioni inconsce di quanto accade all’individuo, e una sola versione sequenziale cosciente fondata su di esse, relativa all’obiettivo di volta in volta maggiormente rilevante: sarebbe questo il cosiddetto monologo interiore o flusso di coscienza legato all’uso del linguaggio, a sua volta possibile solo con la comparsa della coscienza di ordine superiore (neocorteccia umana); tutto questo discorso, per dire che i vari PDP inconsci di cui parla Dennet mi paiono assimilabili alle funzioni primarie e meno evolute della mente, quelle cioè più profonde, intrinsecamente inconsapevoli, su cui si fonda il pensiero secondario. Potrebbe trattarsi di qualcosa di affine agli oggetti interni di M. Klein, o agli elementi alfa di Bion, come anche alle scene della coscienza primaria, per Edelman; e in effetti, mentre siamo consapevoli del nostro flusso di coscienza
come realtà sequenziale, non lo siamo altrettanto delle nostre operazioni mentali più primitive, sempre e comunque attive sottosoglia e in parallelo, seppure a differenti livelli di profondità:
Ciò che appare come pensiero evoluto, cosciente, è il punto di arrivo – l’epifenomeno – di tutta una serie di operazioni inconsce: le funzioni inferibili dall’osservazione degli eventi mentali consapevoli implicano schemi operativi dei quali il soggetto non è cosciente e che sono collocabili a livello del continuum che si parte dagli schemi funzionali primari; questi schemi operano con “rappresentazioni” quali quelle che stiamo descrivendo per gli affetti. (Imbasciati 1990, pp. 49/50).
Tutti questi PDP sarebbero allora operazioni mentali connesse a rappresentazioni inconsapevoli, come gli oggetti interni, ma a differenza di questi suscettibili di divenire coscienti a seconda della loro importanza, in quel momento, ai fini dell’adattamento e della sopravvivenza dell’individuo; mentre sappiamo che, nella maggior parte dei casi, gli oggetti interni come schemi protomentali inconsapevoli necessitano, per emergere alla consapevolezza, di una specifica traduzione in termini di soggettività cosciente, in quanto fondati su rappresentazioni primarie illogicamente contraddittorie e dunque originariamente inconsce.
In effetti, i PDP legati ai sistemi motivazionali sociali non sono che rappresentazioni relazionali interiorizzate, riserve interiori di relazionalità da cui, in ogni momento, può emergere il vissuto consapevole; e se è vero che ogni sistema elabora la sua versione inconscia degli eventi, i cui effetti traspaiono attraverso la condotta, potremmo tentare di assimilarli agli oggetti interni come modi differenti di pensare quegli stessi eventi, su cui costruiamo, ogni giorno, storie consapevoli funzionalmente coerenti e in accordo con la realtà. Ma per far questo, è necessario che alcuni fenomeni psichici evolvano, differenziandosi l’un l’altro e articolandosi in progressive strutturazioni di simboli, fino all’emergere di una soggettività cosciente: noi, che non siamo rettili o uccelli ma esseri umani, possiamo permettercelo grazie alla struttura del nostro SNC, e a chiunque sia in grado non solo di intuire un significato potenziale nei nostri messaggi, senza saturarli, ma di rispecchiarlo e restituirlo amplificato e arricchito, così che con il tempo e l’esercizio possiamo cominciare a pensare insieme ciò che accade, anziché solo a comunicarcelo.
Ma prima di ogni pensiero, c’è sempre una comunicazione di tipo affettivo-emozionale, originariamente inconsapevole; solo dopo impariamo a dirci reciprocamente quello che sentiamo, quindi a dirlo a noi stessi, perché la coscienza emerge dalla relazione. E non dimentichiamo che anche il linguaggio serve anzitutto la comunicazione, e solo dopo il pensiero:
All’interno della nostra esperienza cosciente possiamo cogliere, in solitudine, diversi segnali. Possiamo cogliere, ad esempio, una contrazione gastrica e dire a noi stessi: “Ho fame”. Ma possiamo dire a noi stessi: “Ho fame” (..) solo perché abbiamo prima appreso a dirlo a un altro essere umano, a cui eravamo vincolati nella dimensione interpersonale primordiale della coscienza, attraverso il sistema motivazionale dell’attaccamento. Senza questa precedente relazione, senza questa reciproca coscienza di sé-con-l’altro, non ci sarebbe affatto coscienza, non ci sarebbe alcuna
coscienza della fame – come della fame non hanno coscienza gli invertebrati o i pesci o i rettili, che pure certamente mangiano. (Liotti 1994, p. 50).
Quindi ben vengano il bisogno, il dolore e la rabbia, purché vi sia qualcuno lì intorno ad accoglierli, e significarli; di vissuto in vissuto, di elaborazione in elaborazione, arriva il momento per ogni bambino di provare a prendersi cura di sé, mediante quelle prime operazioni (pre)mentali che è riuscito a formarsi nella mente. A quel punto, anziché espellere i suoi protopensieri proiettandoli nella madre, egli tenta di evocarne il ricordo attraverso un esorcismo allucinatorio per scacciare il male provocato dalla fame, vissuta come un seno cattivo precedentemente espulso che rientra in lui per fargli male.
Ma ogni tentativo illusorio di sciogliere da sé il bisogno è fatalmente votato all’insuccesso, di modo che accusato il colpo e incassata la sconfitta l’onnipotenza cede il posto alla rabbia, che è di nuovo un’emozione potentissima in grado di cambiare il bambino nel profondo, sempre che la si possa concepire come pensiero finito, anziché viverla come infinito incarnato. La disillusione rispetto all’onnipotenza del pensiero stabilisce un limite oltre il quale c’è un mondo, e non più soltanto un bambino; essa è ciò che rende realmente esistente il mondo esterno percepito, al contrario di quello allucinato dalla fantasia: di certo c’è che quest’ultima non sazia.
Questa operazione segna il passaggio dal prementale al mentale in senso stretto, per cui da questo momento esiste una configurazione percettiva, nella mente del bambino, corrispondente a un oggetto della realtà esterna che può finalmente riconoscere; a questo punto, è anche costretto ad ammettere l’esistenza di qualcosa di esterno al sé di cui ha bisogno.
Ma fa meno male, perché stavolta è un bisogno pensato.